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Siamo diventati sordi al grido di amore dei nostri figli

febbraio 17, 2017 Aldo Trento

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Rubrica tratta dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Caro padre Aldo, ti scrivo perché tu sei l’unico che ha il coraggio di mettere a nudo la sua malattia. Da anni soffro di depressione, ma ho sempre sottovalutato la mia tristezza e le mie crisi nascondendomi per non dar dispiacere a mia madre e ai miei amici e, in fondo, anche perché mi vergognavo della mia debolezza. Ora, però, ho perso quasi totalmente il controllo su me stessa: i miei deliri hanno il sopravvento, non provo più piacere per nulla, tutti i miei obiettivi (diventare insegnante, aprire una scuola mia…) non mi motivano, dovrei scrivere la tesi ma non ci riesco e deluderò anche la mia professoressa. Non riesco neanche più a provare sensi di colpa o ansia da prestazione: non sento nulla.

La mattina è il momento peggiore perché non riesco ad alzarmi, rimango a fissare il soffitto e non sento il mio corpo, vorrei soltanto scomparire. E la sera provo disgusto di me stessa per aver sprecato un’altra giornata. Ho degli amici ma ancora non riesco a dir loro di questa malattia. Anche loro sono molto fragili e hanno tanti problemi gravi, soprattutto in famiglia. Ma come possiamo riuscire a vivere, a compierci, padre Aldo? Con tutti questi buchi affettivi, con l’abbandono da parte dei nostri stessi genitori come possiamo crescere sani?

Mi sembra di essere un palazzo senza fondamenta costruito per sbaglio e con materiali scadenti. Come possiamo diventare uomini se la nostra è stata un’educazione “a risparmio” di carezze, di presenza, di rimproveri, di cure? Da sempre cerco qualcuno che mi faccia da padre e ho trovato tante brave persone, ma tutti alla fine se ne sono andati. Nessuno può darmi quello che cerco e in un Dio Padre non riesco neanche più a sperare. Lo desidero, ma come credere in un Dio padre che non vedo quando mio padre non mi vuole?

Padre Aldo, non so fino a quando la ragione mi accompagnerà, non so fino a quando avrò il coraggio di non ammazzarmi. Ho tanta paura di impazzire e non trovare mai più la felicità. Te lo chiedo spudoratamente perché non ho più niente da perdere: posso venire a stare e lavorare da te, almeno per un po’? Non so fare niente e non ho la presunzione di aiutare qualcuno, se non prima di tutto me stessa, facendomi guardare dal tuo sguardo paterno. Potrebbe essere un altro buco nell’acqua ma non ho altre soluzioni e non ho paura di lasciarmi tutto alle spalle.
Lettera firmata

Questa è l’ultima delle moltissime lettere ricevute, in cui si trovano descritti lo stesso dramma e la stessa disperazione. È un pugno nello stomaco e per questo mi sono permesso di mandarla ai miei amici, perché si sentano provocati dalla disperazione di una che potrebbe essere figlia loro. Ho ricevuto varie risposte, ma ne ritengo umane solo alcune. Per la maggior parte erano di questo tipo: «Si tratta di una patologia depressiva maggiore, probabilmente correlata a fattori genetici e ambientali, che richiede necessariamente uno specifico approccio farmacologico e psicoterapeutico…» bla bla bla.

Queste risposte mi hanno fatto imbestialire, non perché non sia necessario ciò che afferma questo medico, ma perché ancora una volta, borghesi come siamo, non ci lasciamo provocare, non ci lasciamo coinvolgere. Siamo sordi al grido d’amore dei nostri figli. Possibile che leggendo la lettera non ci si renda conto che ogni parola descrive la mancanza di amore, è un grido di amore? Abbiamo il cuore pietrificato e se uno grida siamo sordi; mi viene in mente L’urlo di Munch.

Ritorno a gridare che ventotto anni fa, trovandomi più o meno nelle condizioni di questa ragazza, sono andato dal servo di Dio don Luigi Giussani piangendo, raccontandogli la mia disperazione. Lui non mi ha parlato né di psicofarmaci né di andare a Pisa, dove, mi scrive una lettrice, c’è un centro specializzato per le malattie dell’anima. Semplicemente mi ha abbracciato, mi ha tenuto con sé alcuni mesi e poi mi ha mandato in Paraguay, dove dopo dieci anni ho saputo che esistevano gli psicofarmaci.
Ebbene, guardate cosa Dio ha fatto con questo matto: le opere parlano. E perché non ricordare a questi borghesi, esperti o no del cervello umano, e a quanti hanno dimenticato che l’uomo ha un’anima ciò che scrisse Pavese: ogni tipo di violenza (anche quella contro se stessi) nasce dalla mancanza di amore.
paldo.trento@gmail.com

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