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«Siamo arrivati troppo tardi»: Zhao Ziyang, il premier cinese che cercò di evitare il massacro di Tiananmen (e fu epurato)

maggio 20, 2014 Leone Grotti

«Solo di una cosa mio padre non si è mai pentito: insistere perché non venissero uccisi quegli studenti». A parlare al South China Morning Post di Hong Kong è Zhao Wujun, figlio di Zhao Ziyang, primo ministro e segretario generale del partito comunista cinese ai tempi del movimento di piazza Tiananmen. Il 20 maggio di 25 anni fa il partito proclamò la legge marziale, preludio della strage del 4 giugno, quando i carri armati del regime massacrarono per le strade circa duemila persone.

EPURATO. Gli studenti, come vi abbiamo già raccontato, scesero in piazza per commemorare la morte di Hu Yaobang. Il partito decise di reprimere la protesta pacifica nel sangue ma un uomo all’interno delle gerarchie comuniste si oppose, anche se senza successo, e per questo venne epurato da tutte le sue cariche e censurato da tutti i media fino al giorno della sua morte nel 2005.

«BISOGNA PARLARE DI ZHAO». Ancora oggi Zhao Ziyang non è stato riabilitato se non parzialmente perché la sua vita ricorda alla Cina comunista i suoi errori: «Che venga riabilitato conta poco per la nostra famiglia, ma è importantissimo per il paese», racconta il figlio. «Ci sono stati molti casi di ingiustizie nella storia cinese e un giorno bisognerà fare chiarezza, altrimenti le prossime generazioni chiederanno perché e come siamo arrivati a questo punto. E se non ne parli, ricopri di vergogna il nostro paese e il partito comunista».

«SIAMO ARRIVATI TROPPO TARDI». L’ultima apparizione pubblica di Zhao è famosa. La notte del 19 maggio 1989 si recò a mezzanotte in piazza Tiananmen dagli studenti (foto in alto) e pronunciò un discorso commosso, esordendo con la storica e allora enigmatica frase: «Siamo arrivati troppo tardi». I giovani non capirono le sue parole, ma Zhao voleva avvisare gli studenti del pericolo che stavano correndo: era da poco terminato infatti un incontro segreto a casa di Deng Xiaoping, il vero successore di Mao e leader de facto del paese, e nonostante l’opposizione di Zhao era stato deciso di proclamare la legge marziale.

RESPONSABILITÀ STORICA. «Sapeva quali gravi conseguenze avrebbe avuto quella decisione, ma non poteva dirlo apertamente agli studenti», dichiara il figlio di Zhao. «L’ultima briciola di speranza di cambiare il cuore di Deng e persuaderlo era morta». Wujun ricorda così le parole del padre: «Disse: “Questa sarà la mia ultima mossa da capo del partito. Ho la responsabilità storica di persuadere Deng Xiaoping, anche se non vuole ascoltare”».

IL PREZZO DELLA VERITÀ. Deng infatti non lo ascoltò e non gli perdonò mai di essersi opposto a una sua decisione. Zhao (a fianco, la sua foto mostrata dal suo principale collaboratore Bao Tong) pagò la mossa disperata di evitare il massacro: tre settimane dopo la strage, al quarto plenum della 13esima Commissione centrale, venne deposto da tutte le sue innumerevoli cariche, ridotto al titolo di «compagno Zhao» e condannato all’oblio. «Mio padre rifarebbe tutto senza esitazioni. Bisogna pagare un prezzo per stare dalla parte della verità. Mio padre l’ha pagato, ma non ha mai avuto neanche un rimpianto».

RIFORME POLITICHE. In realtà il destino di Zhao era già segnato. Vero autore della politica di «riforma e apertura» economica che cambiò radicalmente la Cina negli anni ’80, e di cui Deng si prese il merito, Zhao capì che il paese aveva bisogno di altro: aperture politiche. Come spiegato dall’allora segretario del partito comunista nelle memorie Prigioniero dello Stato, pubblicate postume, voleva modernizzare il sistema di governo cinese. Non certo porre fine al modello del partito unico, ma separare il governo del paese da quello del partito, promuovendo la trasparenza delle decisioni politiche e una più ampia partecipazione popolare.

XI JINPING COME DENG. I membri conservatori del partito comunista si opposero e il risultato sono la crescente corruzione e disuguaglianza sociale, unite a un diffuso materialismo e perdita dei valori morali nella Cina di oggi. «Negli ultimi anni di vita mio padre era arrabbiato. Vedeva il paese diventare come è ora. Era triste. Sapeva che l’unica via da percorrere era creare un sistema politico più aperto» e non una serie di minori «modifiche amministrative», come quelle applicate da Deng negli anni ’80 e da Xi Jinping oggi, che vieta ancora di piangere i caduti del 4 giugno.

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