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Se dimentichiamo cosa ci tiene insieme

marzo 7, 2011

Passa e ripassa in tv la maschiera rabbiosa di Di Pietro – aspirante duce voglioso
di folle da guidare. Sui forum online dei quotidiani il risentimento e il disprezzo
dei lettori spaventano. Sembra quasi di sentire cigolare sotto ai piedi le strutture portanti del paese. Che siano vecchi ormai questi assiti, e le fondamenta sotto, dopo sessantacinque anni di pace? Stamattina il barista e il solito cliente con la barba litigavano sul decreto salvaliste. «La legge sta sempre dalla parte dei padroni», diceva, duro, il ragazzo dietro al banco. Il cliente se ne è andato senza salutare. Mai visti, quei due, così ostili – come scoprendo nell’altro, ciascuno, un nemico. Allora ho preso il cane e sono andata verso il parco. L’espressione che uso fra me è: «Andare a pesca col cane». Ho scoperto infatti che fra le pieghe di questa Milano affannata e fredda c’è un modo per parlare con gli estranei, e addirittura per entrare in confidenza con gente mai vista prima. Con il cane al guinzaglio vai a camminare, con calma, ai giardini. Non ostentando fretta. Magari sedendoti su una panchina. E aspetti. Allora, quasi inesorabilmente qualcuno, spesso un vecchio, ti si avvicina col suo cane. I due animali si annusano, «di che razza è?» si domanda gentilmente. Ma è un pretesto, o forse il codice di una affinità comune.

Se non si mostra premura, l’altro si ferma. E comincia a parlare. Racconta che quel cane era di suo fratello, che è morto; e ancora l’animale, quando passa davanti al suo vecchio portone, si ferma, e non vuole proseguire. E il fratello quel cane l’aveva trovato cucciolo, fradicio sotto un temporale, in aperta campagna. «Sempre stati diversi noi due», continua lo sconosciuto. «Io da ragazzo alle bestie tiravo i sassi, lui raccattava i passeri caduti dal nido…». E si materializza, mentre attorno al parco il traffico del mattino romba impaziente, un’infanzia in qualche corte della Cagnola,
o in via Sarpi. Guardi il vecchio e cerchi di immaginarti la sua faccia liscia, senza rughe. Per un istante, ci riesci – poi le rughe si riprendono quel volto. Il fratello, la casa, Milano. Non sapresti ricostruire come è stato, o per quale percorso: ma ora vengono su i ricordi di un bambino negli anni della guerra. Il boato oscuro degli aerei nemici sulla città, e l’allarme che suonava di notte e strappava al letto, verso i rifugi nelle cantine. Ti incanta il racconto dell’uomo, come se rivivessero davanti ai tuoi occhi quei giorni. Poi, è ora di andare. Ti volti, il signore in cappotto grigio e il vecchio lupo sono già lontani, persi fra due milioni di altri. Ma quanto, pensi, è profondo – silenzioso, non detto – quello che tra queste nostre case ci accomuna. E il bisogno incancellabile della faccia di un altro, se pure ignota. Ma l’odio soffia sui giornali, e hai paura – appena un poco di paura – che monti e tracimi. Che possa accadere. Fra noi, dimentichi di ciò che ci tiene insieme. Nell’amnesia, una
mattina di colpo estranei e nemici.

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