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Scusa la domanda, ma non ti sembra di essere nel Truman Show?

gennaio 16, 2015 Eva Anelli

Un’amica fuori dalla scuola materna del terzogenito: «Non ti sembra di essere nel Truman Show? Ogni mattina le stesse scene… Io entro, compio sempre gli stessi gesti, la giacchina della bambina nell’armadietto, “ciao amore fai la brava”, e alla maestra: “buona giornata, il buono pasto ce l’ha lei in mano”, esco, aspetto qui che esca anche la mia amica per prenderci un caffè al bar, intanto mi passa davanti sempre la stessa macchina alla stessa ora, arriva sempre alla stessa ora la solita mamma col solito bimbo in braccio, “sempre di corsa, eh?”; e così tutte le mattine, sempre. Non ti sembra, dicevo, di essere nel Truman Show?».

Dopo aver entrambe soffocato con una risata l’istante di panico che la verità di queste parole ci aveva buttato addosso e mentre mi allontanavo da lì spingendo nel passeggino quartogenita fatta su in una copertina di pile come un involtino primavera winter edition, pensavo alla mia indolenza di questi giorni in cui invece tutti al mondo sembrano avere molta energia e puntualità nell’esprimere un’opinione chiara su Charlie Hebdo (l’altro giorno al bar persino un gruppetto di ragazze over 70 dai capelli azzurrini dicevano la loro in dialetto intorno a due tavoli uniti), su chi siano i veri responsabili/colpevoli della strage, chi i veri, nuovi nemici della libertà d’espressione e della libertà tutta e, conseguentemente, cosa sia buono/utile o meno esprimere (a corollario: opinioni sparse sul cosiddetto “convegno omofobo” in Regione Lombardia).

Ma se Truman/Jim Carrey nel suo show ci si era ritrovato per caso, io mi sono consapevolmente (e – ora ci arrivo – colpevolmente) ritagliata una fetta di indolenza dove giacere pressoché anestetizzata finché nuovo argomento di dibattito non torni ad hashtaggare le nostre vite.

Un’indolenza fatta di delicati equilibri in cui sui social non esprimo la mia a riguardo. Su questo e su niente. Al massimo dico quanto, secondo me, son stati bravi gli altri a dir qualcosa, tipo qui.

Un’indolenza dettata dalla consapevolezza (la stessa che – per carità, in modo del tutto lecito e altrettanto naturale – spinge la quasi totalità del resto del mondo a esprimerla, la propria opinione, in modo disinvolto) che non sono l’ago della bilancia proprio di un bel niente. Nemmeno dei litigi tra i figli su chi «abbia cominciato prima», sedati a suon di alzate di voce e non a colpi di diplomazia pedagogicamente correct.

Un’indolenza che ha come strascico – vedi il “colpevolmente” sopra – la vergogna di non avere, né volere, una voce in capitolo, presto bilanciata e giustificata (a me e a me sola, eh, ancora nessuna intervista al New York Times all’orizzonte) da un affrettato «Eh, ma io ho altro da fare. Eh, ma io ho i bambini. Eh, ma tanto cosa cambia?».

Già, cosa cambia? Vi sembrerà un filino esagerata come riflessione per un’umile mamma casalinga della Middle Brianza e soprattutto forse farà fatica a trovare un interlocutore cui questa possa essere a ragion veduta rivolta e tornare utile visto che, si diceva, il resto del mondo ha la preoccupazione opposta alla mia, ossia di dire la propria su tutto-tutto, ma a me le reazioni alla strage nella redazione di Charlie Hebdo, con il loro sottolineare ancora una volta l’incomunicabilità tra le due fazioni “la soluzione è che la religione fa schifo perché in suo nome si compiono gesti simili” e “il punto non è eliminare le religioni dal mondo, anzi” (semplifico e stigmatizzo), suggerisce (ed è una confessione, non una dichiarazione d’intenti né un suggerimento a chicchessia) di tacere, di rintanarmi nel mio cantuccio, mi disarma, è il caso di dirlo, mi persuade che: tanto cosa cambia (se do un giudizio e lo esprimo)? Tanto, penso, gli “altri” rimarranno sempre convinti delle loro idee e “io/noi” delle nostre, quindi a cosa serve parlare (nella migliore e più civile delle ipotesi)? Mi sto arrendendo, cioè, al mio personale Truman Show.

Penso ai famosi match nati sotto il nome di «ha cominciato lui/lei!» che fioriscono a centinaia in casa mia tra i figli. Primogenita, più sottile, stila le prove di colpevolezza a carico di secondogenito davanti al giudice (io…) con dovizia di particolari che nemmeno in Law & Order, mentre lui, più hollywoodianamente, gioca la carta “miro al cuore”, inumidisce gli occhioni, «ci avevo messo tanta fatica a fare quel disegno!», contrappone e urla un «non è vvero!» a qualsiasi cosa dica lei (mentre, in tutto ciò, terzogenito si disinteressa della bagarre e vaga sconsolato per il salotto, alla ricerca del cranio di quartogenita, intenta a infilare le ditina nelle prese di corrente, per assestarvi dei fraterni colpetti). Mi guardano e attendono il mio giudizio. Mi guardano (e, purtroppo, mi ascoltano) quando siamo in macchina e qualcuno davanti a me non mette una freccia o altri crimini contro l’umanità del genere e, lì sì, esprimo molto pacatamente il mio giudizio sullo/a sventurato/a. Mi guardano giocare con loro in casa “al ristorante” (un primo 3 euro, molto buona la pizza, un po’ scarso il carrello dei dolci) con l’entusiasmo di un bradipo appena sveglio, ma mi vedono farlo comunque. Mi guardano fare molte cose contemporaneamente e mi guardano non aver voglia di farne nemmeno una. Mi guardano parlare con la gente, chiedere un caffè a un barista, tenere aperta una porta per qualcuno. Mi guardano essere e esserlo da sola o al cospetto del mondo intero.

Mi guardano e cosa vedono?

Temo che esserci, esserci veramente, che non significa necessariamente essere sul marciapiede della redazione di Charlie Hebdo un secondo dopo la strage con microfono in mano per la CNN né essere il primo a twittarne la più arguta delle considerazioni, significhi che anche nel nostro quotidiano, niente-di-speciale (?) tran tran (mio e della mia amica genius di cui sopra, per esempio, e di tanti altri) non ci è mai chiesto meno del 100% di giudizio, su Charlie Hebdo e su tutto. E non solo per gli eventuali figli che ci guardano, quanto per non finire “uncredited” nei titoli di coda della propria vita, ma viverla da protagonisti (questa m’è venuta perché tra poco ci sono gli Oscar – debolissimi quest’anno – e le categorie, in questo caso, sono importanti!).

Mica scemo quello là nel ‘600, con quella battuta fatta dire a un giovane principe danese con un teschio in mano (anche se lui forse intendeva qualcos’altro). Hai ragione tu Willy: è tutto lì il problema, sempre.

Ehi, buongiorno! Ah, e caso mai non vi rivedessi: buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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1 Commenti

  1. Lady scrive:

    Bello quel giornale che hai segnalato, come regola mi darei di fare 1 commento al giorno sui social.
    Conosco pochissima gente di chiesa attiva sui social, non giudico, ma rilevo un fatto.
    La maggior parte è’ gente di six, molto attiva, in questo sono dei grandi i sinistroidi.
    I cattolici leggono solo giornali di chiesa e sui siti non so forse frequentano solo quelli cattolici.
    Ma così si diventa una setta, no?
    Ciao !

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