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Salviamo l’umano/7

«Non sappiamo cosa accadrà; per ora dalle autorità sono state pronunciate molte parole, ma fatti no… Quali governi accoglieranno il nostro popolo? Il mio è un appello per alzare la voce a favore di tutti gli innocenti cristiani e di altre minoranze perseguitate in Iraq. L’Unicef ha stabilito che molti siti e città sono patrimonio dell’umanità, perché non lo fa con i cristiani della piana di Niniveh?»
Don Geoges Jahola – incontro 14 agosto 2014, Sala delle Colonne del duomo, Milano

«Ha ragione Ernesto Galli della Loggia quando scrive, come ieri nel Corriere della Sera che all’origine della rimozione della natura religiosa e di civiltà dei conflitti contemporanei aperti in tante parti del mondo sta la convinzione secolarista che la religione sia un fatto privato, un credo personale, e che lo spazio pubblico sia informato di criteri di tolleranza e di illuminata libertà pluralista in fatto di fede, mentre il Dio che si prega è unico e non esistono identità a contrasto in un mondo di “culture” relativizzabili che non sopporta gli assoluti».
Giuliano Ferrara, Il Dio che uccide e la rimozione, Il Foglio, 23 agosto 2014

Proponiamo la rilettura del discorso di Benedetto XVI pronunciato il 12 Settembre 2006 nell’aula magna dell’Università di Regensburg (Ratisbona). Una rilettura a puntate.

Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale.

[Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.]

Tornerò ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina “scientifica”, del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” intesa in questo modo e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.

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