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Registro delle unioni civili: la sinistra frammenta la società per dominarla meglio

giugno 1, 2011 Rodolfo Casadei

Dunque, se la coalizione per Pisapia sindaco vincerà le elezioni amministrative anche Milano, come tanti comuni dell’Italia centrale, avrà il suo Registro delle unioni civili, “simbolico, ma funzionale all’adozione di politiche e di atti non discriminatori”. Discriminatori? Gli autori del programma di Pisapia stanno forse insinuando che le passate amministrazioni di Milano hanno discriminato le persone riunite in “comunità affettive” (cito sempre dal programma) diverse dalla famiglia fondata sul matrimonio? Quando e come, di grazia?  La Costituzione parla chiaro: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29).

Quando i governi nazionali e le amministrazioni locali concepiscono ed attuano politiche per la famiglia centrate sulle coppie che hanno contratto matrimonio, non fanno altro che declinare concretamente un principio costituzionale. La cui ratio dovrebbe essere facile comprendere: la famiglia fondata sul matrimonio, vincolo impegnativo la cui assunzione dimostra la serietà dell’impegno dei suoi contraenti, è il luogo più adatto per il rinnovamento e la persistenza della società attraverso la procreazione; è il luogo più adatto per crescere i figli, che sono il futuro della società. Le altre forme di convivenza non sono privilegiate dalla Costituzione e da leggi nazionali e delibere comunali che alla Carta si ispirano, perché in esse prevalgono più gli interessi e i desideri dei componenti che non la prospettiva dei figli. E il governo del paese così come le amministrazioni locali, dotati di risorse per definizione scarse, le indirizzano sull’interesse sociale principale: la riproduzione biologica della società, la crescita e l’educazione nelle migliori condizioni dei cittadini di domani.

Il programma di Pisapia invece ribalta la prospettiva: “Parità dei diritti e dei doveri per tutte le comunità affettive e di vita che vogliano essere riconosciute dall’amministrazione comunale (casa, assistenza, scuola, cultura, sport)”. A parte che non si capisce bene a quali diritti e doveri si alluda, in quanto non vengono per nulla specificati nel programma, è evidente che per la coalizione di sinistra le “comunità affettive” sono un valore in sé, che l’amministrazione deve concretamente aiutare. Questo significa metterle in competizione con le famiglie basate sul matrimonio per la ripartizione delle scarse risorse pubbliche. Trasferire risorse alle “famiglie plurali” significa concretamente sottrarre risorse alle famiglie tradizionali. Il tutto in nome di una fantomatica “non discriminazione” della diversità degli affetti.

Ma proprio qui sta l’errore: non è la qualità dell’affetto fra i coniugi che istituisce il privilegio costituzionale della famiglia basata sul matrimonio, ma la questione dei figli. Insistendo sul concetto di non discriminazione degli affetti, Pisapia e i suoi sono destinati a finire in un vicolo cieco: cosa faranno quando presso l’Ufficio comunale del Registro delle unioni civili si presenteranno un signore con le sue quattro “mogli”, desiderosi di vedere riconosciuti i diritti e i doveri della loro “comunità affettiva”? O quando si presenterà una comunità hippie, caratterizzata da un’esperienza di libero amore fra i suoi 10-12 componenti, appartenenti magari a vari “generi” sessuali?

Ma forse questa prospettiva non spaventa affatto Pisapia, ed è anzi la situazione che desidera creare. Questo pensiero può venire leggendo un articolo di Franco Bechis su Libero del 21 maggio, nel quale si citano i contenuti di un documento prodotto dall’Officina per la città – Giuliano Pisapia sindaco per Milano intitolato “Politiche Lgbt: Milano metropoli europea”. Il punto 2 esordisce così: «Mediazione fra le comunità – Il Comune come facilitatore dell’incontro e del dialogo tra le comunità, ivi comprendendo incontro e dialogo tra la comunità LGBT e le comunità immigrate». Vediamo di capire: Pisapia vuole fare di Milano una città contemporaneamente più gay-friendly (registro delle unioni civili, promozione del cosiddetto “turismo omosessuale”, ecc.) e più islamic-friendly (il registro delle unioni civili che potrebbe diventare un’apertura alle famiglie islamiche poligame, la nuova moschea, ecc.); siccome le due cose non vanno tanto d’accordo per ragioni che tutti possono intuire, si propone anche di attivare una mediazione fra le comunità sotto l’egida del Comune.

La cosa è molto meno illogica di quanto possa apparire, e si può descrivere così: la sinistra milanese vuole una Milano più frammentata, più conflittuale, per aumentare il potere dell’istituzione e della classe politica chiamata a gestirla. La sinistra alimenta i conflitti sociali per potersi poi presentare come mediatrice e punto d’equilibrio di cui non si può fare a meno. Mette in competizione famiglie tradizionali e famiglie plurali, Lgbt e islamici, per indebolire il tessuto sociale, in modo da rendere indispensabile il suo intervento istituzionale. Una società coesa, omogenea dal punto di vista dei valori condivisi, ha meno bisogno dell’intervento dello Stato; una società debole, frammentata e conflittuale ha massimanente bisogno dell’intervento dello Stato. Questa cosa l’ha spiegata molto bene a suo tempo la buonanima di don Gianni Baget Bozzo. Una lezione dimenticata troppo in fretta.

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