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Recensione sui generis di Scala d’albergo di Franz Werfel

scaleMai stati così liberi di fare tutto! Possiamo diventare quel che ci pare, amare cose animali soggetti non identificati, liberarci dagli ingombri indesiderati, connettere e disconnettere, sospendere l’esistente, temporaneamente o per sempre. Eccetera.
Fra poco ingoiare ulipristal acetato (principio attivo per pillola abortiva) acquistabile senza ricetta.
Allora, perché circola tanta paura?
Perché tanta noia?
Perché tanta disperazione?

Recensione sui generis di “Scala d’albergo” di Franz Werfel

Povero lift, l’ascensore non porta in cielo, non redime, né innalza la donna sola, giovane e gravata dalla tristezza. Le tocca restare giù, ai piedi della scala, sotto il sole artificiale del lampadario di cristallo. Il ragazzo la saluta con occhi disperati, giacché deve accontentarsi dell’arida meccanica che porta in alto quattro panciuti uomini d’affari. Un progresso, l’ascensore. Ma non serve all’ascesi.

La ragazza sta lì, nella debole fragilità che l’ha condotta ad arrendersi alla seduzione d’amore di Giorgio, uomo senza volto. Non l’hanno difesa i capelli austeri, portati secondo la foggia di quel passato cui vivono abbarbicati i genitori: il padre, assente dal presente, volto a celebrare silenziosamente un antico ordine che non esiste più; la madre che riaffiora in un ricordo della fanciullezza, quando saliva in ginocchio i cento scalini della chiesa. Ma questi non sono più tempi di fede. L’espiazione della ragazza sarà il tappeto rosso dell’albergo di lusso; su, in abito da sera, verso le altezze del solido palazzo in cui si è rinchiusa, dopo la partenza dei genitori per l’Italia. Una fortezza di rispettabilità che tuttavia non ha saputo proteggerla.

In queste mura la sua verginità è stata violata, e s’è trovata ingombra d’un peso insopportabile, da cui è stata liberata, dal farmaco del farmacista Faust o, forse, soltanto dal caso. Ma liberazione non c’è nel suo sguardo, né sollievo di salvezza. Per sette giorni ha temuto l’abisso, e l’abisso le è stato risparmiato. Un sollievo? Una maledizione! Essere lasciata in questa apparente normalità, senza nessuno che si muova a cercarla fin laggiù, nell’orrido del mondo, e lì acciuffarla, e condurla di nuovo a vedere il sole, e respirare l’aria mattutina e domenicale del perdono.

Francine è sola, come ieri, più di ieri, svuotata ora del doloroso carico della colpa, felix culpa. In cambio tutta la fatica di una china da risalire. Unico conforto la lettera chiusa dell’uomo lontano, che l’ama, e non è Giorgio. Ma sono solo parole. Niente poesia, niente inni, niente salmi. Una lettera chiusa. Una busta.

Salire, dunque. Fare il primo passo. E intanto scaraventare Giorgio sotto la soglia del niente, da cui, in verità, non è mai affiorato. Nulla più che un fantoccio grigio, avvolto in un impermeabile sbiadito. Neppure la soddisfazione di un saluto. Grave infrazione al galateo del dovere, divenire l’amante d’una vanità! Pensare che fu proprio questo bisbiglio di vento, questo niente a condurla alla tetra scoperta della scorza indifferente di cui si riveste l’altro, più insidioso, fantoccio: le chiacchiere delle signore lo chiamano Amore. Ma la sua vendetta è ugualmente inesorabile: la carne, infatti, non obbedisce ai movimenti dell’umore e, una volta deposto il seme, lo nutre, lo alleva come un giovane virgulto di vita. Terribile padrone che senza ritegno spalanca la porta all’intruso! Non lo ignora l’alchimista che, cinicamente, sottopone la donna a una impietosa ricognizione, scandagliandole palmo a palmo le viscere. Una libbra di cuore in cambio d’una boccetta di pillole rosse. Trenta denari fu il gran mercato! Un prezzo fin troppo alto per una nullità come Giorgio. A ben diritto la donna può sentirsi libera da quest’impiccio come dai dispacci che egli si ostina ad inviarle. Indifferenza, necessaria e meritata; giusto premio alle pene patite per sette giorni lunghi come il tempo della creazione. L’ottavo giorno è per le parole di Philipp, l’altro, il promesso: come un moderno Cesare egli ha gettato il dado attraversando l’Oceano e si è guadagnato il nuovissimo patriarcato di una filiale svizzera. Non è magnifico? Francine non deve pensare, non deve decidere, non deve affaticarsi a vivere. Il piccolo Philipp, i cui occhi di bue triste arrivano giusto all’altezza della bocca di lei, si manifesta ora nella sua impertinenza di nano, occupandole il futuro con gentilezza timida e ottusa.

Ma adesso, contegno! Sta per incrociarla la vanità maestosa d’un attore di mondo che scende le scale, lui, sfoggiando la sua performance di perfetta creatura in ogni cosa riuscita. Francine si gira dall’altra parte ostentando indifferenza, con l’abilità mimetica del ramarro, mentre lui, da dietro, passato oltre, la governa con le redini invisibili del suo sguardo da cavallo di razza. <

Quanto alla cima?

Molte balze ancora nasconde la marmorea montagna di questo purgatorio piantato nel mezzo della città, con il suo contorno di folla come un mare che si frange a ondate successive lungo i bastioni che cingono il palazzo. L’attico, come un Eden, la attende lassù, mille scalini lontano. Ma, perché sia completa l’espiazione, è necessario assaporare fino in fondo il calice d’inchiostro che il promesso le ha porto. “Mia sublime! Mia regale! Mia ogni cosa!” Così legge lei, ebbra di stupore. Che nervi meravigliosi possiede il piccolo Philipp e che cuore ardente di cavaliere! Tutto capisce quest’uomo se restituisce la donna al pieno possesso di sé stessa. Libera e regalmente padrona del suo destino, Francine si immagina già in cima alle scale, pronta a far le valigie.

In alto, in cima. Spinta dal telegramma che annuncia l’imminente ritorno dei genitori, proprio nello stesso giorno in cui il promesso lascia le coste americane per tornare a casa, in nave. “Fare le valigie”. Ansimando, faticando, sudando, vertiginosamente approdando alla sommità del monte. Non erano, gli ultimi, i passi più lievi, meno faticosi? Solo una notte prima di ricongiungersi ai volti familiari. Ma la notte è insidiosa, nasconde varchi in cui ci si può perdere, per sempre. Una notte soltanto, ma una notte. Possedeva una colpa, Francine, possedeva un fardello pesante; ora che il fardello è scivolato via, cosa possiede Francine? Il vuoto, niente.

E in questo nulla si getta.

In fondo all’abisso Francine è un puntino, verso cui nessuno si volge. Sale la musica, arrampicandosi, ma non è una compagnia. Nessuno passa; nessuno esce dalla camera. Solo il vuoto sembra avere consistenza, tanto da credere che si possa ancora camminare sulle acque senza sprofondare. Ma il vuoto è niente; e uccide.

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