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Rassegnatevi, Kim Jong Un avrà l’atomica

settembre 9, 2017 Rodolfo Casadei

Corea Nord: Kim ispeziona testata nucleare per ICMB

Alla fine la verità vera sulla faccenda nordcoreana l’ha detta Vladimir Putin, non tanto per un’inclinazione personale alla franchezza quanto per la voglia di stuzzicare l’Occidente fino a instillargli i sentimenti del rimorso e della rassegnazione. La Russia, destinataria delle sanzioni economiche e diplomatiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea a causa dell’annessione della Crimea e per il sostegno ai ribelli nell’Ucraina orientale, ha approvato col suo voto e non ha posto il veto alle sanzioni economiche contro la Corea del Nord presentate al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel marzo 2016 e nell’agosto di quest’anno, ma è improbabile che dia il via libera alle nuove e più severe misure punitive che gli Stati Uniti stanno per presentare. Cosa dice il presidente della Federazione Russa? «Il regime delle sanzioni ha fatto il suo tempo, è inefficace. Piuttosto che abbandonare il programma nucleare, in Corea del Nord mangeranno l’erba. A meno che non si sentano sicuri. E che cosa può garantire la sicurezza? L’applicazione della legge internazionale. Tutti ricordano cosa è successo con l’Iraq e con Saddam Hussein. Hussein aveva rinunciato alla produzione di armi di distruzione di massa… Lo sanno e se lo ricordano bene anche nella Corea del Nord. E voi pensate che cambieranno politica per un po’ di sanzioni?».

Tutti a dare del pazzo a Kim Jong Un, ma secondo Putin il presidente nordcoreano si sta comportando in maniera razionale: a Pyongyang ricordano bene che Iraq e Libia, regimi con un pregresso di cattivi rapporti con l’Occidente e con problemi di opposizione interna, rinunciarono ai loro programmi nucleari per migliorare quei rapporti, ma dopo che lo ebbero fatto furono assaliti e abbattuti dagli americani e dai loro alleati, facendo leva sull’opposizione interna. Per questo il nipote di Kim Il Sung insegue la deterrenza nucleare. L’alternativa alla difesa della propria sovranità con la bomba atomica, dice Putin, sarebbe “l’applicazione della legge internazionale” che è poi quella che nel passato si chiamava “non interferenza negli affari interni di un altro paese”. Detto in altre parole, un governo deve sentirsi libero di fare quello che vuole, anche arrestare e incarcerare gli oppositori, anche torturarli e ucciderli, senza che una superpotenza prenda ciò a pretesto per intervenire a sostegno degli oppositori interni di quel governo. Lo dice uno che s’è legato al dito le “Rivoluzioni arancioni” incoraggiate dall’Occidente che hanno ridotto di numero gli alleati della Russia e aumentato quelli della Nato, e che in ogni manifestazione di protesta in piazza Bolotnaya vede la longa manus di Washington pronta a colonizzare la Russia post-sovietica con pretesti democratici e umanitari.

Qui però non vogliamo discutere la fondatezza della polemica che Putin sempre rinnova quando parla dei rapporti internazionali, ma piuttosto le implicazioni per gli Stati Uniti e i loro alleati se quello che lui dice a proposito della Corea del Nord è vero. Se è vero che il regime di Pyongyang farà qualsiasi cosa per garantirsi quell’assicurazione sulla vita che si chiama testata atomica montata su missile a lungo raggio, agli Usa e ai loro alleati non restano che due opzioni: o scatenare una guerra preventiva, prima che la Corea del Nord perfezioni il suo sistema di difesa/offesa, oppure accettare che alla lista dei paesi che detengono armi nucleari si aggiunga il regime di Kim Jong Un. Il ritorno alla diplomazia, alla quale anche Putin (e Pechino) ipocritamente si appella, è perfettamente inutile come lo sono le sanzioni: Kim, come molti altri leader mondiali, non si fida delle promesse dell’Occidente, non vuole fare la fine di Gheddafi. Lui e i suoi predecessori hanno finto di giocare al gioco della diplomazia solo per guadagnare tempo, hanno concluso accordi solo per proseguire in segreto i loro programmi nucleari.

Perciò realmente Trump ha solo due possibilità: o fare la guerra, o accettare il fatto compiuto. Due ipotesi entrambe sciagurate. Nel secondo caso la repressiva dittatura dinastico-comunista nord-coreana prende posto nel consesso delle grandi potenze; nel primo caso ci si imbarca in un’avventura senza ritorno al termine della quale il regime nordcoreano sarà senz’altro annientato, ma ad un prezzo di vite umane e distruzioni, anche riguardanti gli Stati Uniti, che non può essere calcolato. E in più, in un caso come nell’altro gli Usa e l’Occidente appaiono destinati a fare l’esperienza della solitudine. Nessuno si unirà all’alleanza occidentale in caso di guerra, nessuno si sentirà sminuito o minacciato dall’atomica nordcoreana fuori dal giro degli alleati dell’America. Non traggano in inganno i voti finora all’unanimità in Consiglio di Sicurezza: nessuno vuol fare la figura del complice della proliferazione atomica, a parole tutti sono per la pace.

Ma sotto sotto, molti gongolano: l’atomica nordcoreana vuol dire meno potere degli occidentali nel mondo, vuol dire una fessura nell’armatura dell’egemonia politico-economico-militare degli Stati Uniti a livello mondiale. Tutto grasso che cola per i paesi del gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che dal 2010 collaborano per dare vita a un polo strategico in opposizione agli Usa e ai loro alleati: Putin ha fatto le sue dichiarazioni al termine di un summit dell’organizzazione in terra cinese. Certo, la Cina avrebbe preferito non avere un altro paese dotato di armi atomiche ai suoi confini, ha giocato il gioco delle sanzioni, ma oggi dichiara la sua contrarietà a una soluzione militare della crisi e quindi di fatto accetta la nuclearizzazione della penisola coreana per un semplice motivo: quei missili con le loro testate nucleari non saranno puntati contro Pechino, ma contro Seoul e Los Angeles, scompagineranno i piani degli Stati Uniti che si preparavano a contenere l’espansione militare della Cina nei mari dell’Asia attraverso un arco di accordi economici e patti militari con vari paesi asiatici. Cina e Corea del Nord sono alleate dal 1961 in forza di un Trattato di amicizia per la mutua assistenza e cooperazione che si rinnova automaticamente ogni 10 anni e che può essere revocato a intervalli di 5 anni: nel 2016, anno di crisi per la ripresa degli esperimenti atomici nordcoreani, a Pechino non è passato neanche per l’anticamera del cervello di esercitare il diritto di recesso dal trattato. Rinunciare all’alleanza con la Corea del Nord per la Cina vorrebbe dire in primo luogo ritrovarsela contro, e poi ritrovarsela americanizzata qualche tempo dopo a causa della caduta del regime. Meglio, molto meglio una Pyongyang nucleare destinata a tenere sulla corda gli americani e a distrarre una parte loro delle forze che sarebbero state destinate al contenimento della Cina. Peggio di tutto per i cinesi sarebbe una guerra, che spazzerebbe via un regime amico, lo sostituirebbe con uno filo-americano e si concluderebbe con un rafforzamento strategico degli Stati Uniti. Pechino continuerà ad invocare le arti della diplomazia con la stessa ipocrisia di Mosca: entrambe sanno che si tratta solo di guadagnare tempo per fare sì che lo status di potenza nucleare della Corea del Nord si consolidi, si tratta di evitare una guerra che servirebbe gli interessi americani.

È facile pronosticare che dopo la Corea del Nord altri paesi imboccheranno la via del nucleare militare, e si giustificheranno proprio con l’esempio di Pyongyang. Gli Usa e i loro alleati non potranno fare guerre con tutti. L’egemonia mondiale americana si ridimensionerà poco alla volta, la leadership dell’Occidente svanirà. Svanirà poco per volta il concetto stesso di Occidente. Cosa di cui i non occidentali, diversamente da noi, sono già consapevoli. Qualcuno è rimasto colpito dal fatto che il Messico ha prontamente espulso l’ambasciatore nordcoreano all’indomani del test nucleare condotto dal suo governo. Sussulto di solidarietà con gli Stati Uniti, nonostante tutte le tensioni dovute alla presidenza Trump? No, semplicemente la reazione a una minaccia contro una popolazione affine: la prima città degli Stati Uniti che diventerà potenziale bersaglio di un missile nordcoreano a testata nucleare è Los Angeles, e lì la popolazione di origine latinoamericana è pari al 47,5 per cento degli abitanti.

Foto Ansa

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