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La fede di Quirico e la religione dell’inviato di guerra (che è quella cristiana: darsi)

settembre 11, 2013 Rodolfo Casadei

Che bello che ci sia un uomo, un inviato speciale, come Domenico Quirico. Che bello che si confessi cristiano. In realtà è sempre bastato leggere i suoi reportage dall’Africa e dal Medio Oriente per rendersene conto, senza bisogno che lo esplicitasse, come ha fatto ultimamente nel paragrafo finale del suo racconto della prigionìa in Siria apparso sulla Stampa del 10 settembre. Se non lo avete ancora fatto, leggete quella lunga-breve sintesi e soffermatevi soprattutto sui capitoletti “La telefonata” e “La fede”, che è poi quello conclusivo.

Nelle righe di Domenico vibra sempre una compassione per le persone che incontra, descrive e racconta che fa venire in mente lo sguardo di Cristo sui disgraziati che si rivolgevano a Lui per un miracolo e sulle folle affannate e affamate (di verità e di cibo) che Lo seguivano. Che siano vittime o carnefici, e di solito sono una miscela delle due cose, sempre l’inviato piemontese riesce a comunicarti l’unicità del loro destino e a farti sentire la stretta al cuore che lui ha provato incontrandoli.

Nel racconto della cattività siriana – che immagino scritto di getto, possiamo aspettarci che l’autore si prenderà una pausa per una narrazione estesa che avremo il piacere di leggere fra qualche tempo – la pietas cristiana con cui Quirico guarda il mondo si esprime per procedimento inverso: il prigioniero si meraviglia dolorosamente della totale assenza (in realtà quasi totale, poi vedremo) di senso d’umanità nei suoi carcerieri. «Nessuno ha avuto verso di me una manifestazione di quella che noi chiamiamo pietà, misericordia, compassione», scrive. «Persino i vecchi e i bambini hanno cercato di farci del male. Lo dico forse in termini un po’ troppo etici, ma veramente in Siria io ho incontrato il paese del Male».

Forse è stato questo palese deficit d’umanità a spingere l’inviato della Stampa a mettere in parallelo e a giudicare i due diversi tipi di religiosità, che dal tempo di Cristo convivono nella storia umana, raramente si mischiano, e le cui caratteristiche vengono esaltate in modo quasi parossistico dalla tragica realtà della guerra.
Prima descrive la preghiera per la vittoria dei combattenti islamisti («… all’imbrunire tutto questo popolo si è fermato e ha pregato. E gli uomini di Abu Omar hanno incrociato due kalashnikov davanti alle file dei combattenti per intonare una preghiera della guerra. Il canto modulato si è levato sui campi e sui boschi per chiedere a Dio di vincere la guerra, di uccidere i loro nemici»).
Quindi conclude, come se non potesse più trattenersi, confrontando la sua «fede molto semplice» cristiana e la fede dei combattenti islamici: «La mia fede è darsi, io non credo che Dio sia un supermercato, non vai al discount a chiedere la grazia, il perdono, il favore. Questa fede mi ha aiutato a resistere. È la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito».

Bravo, Domenico. Senza quella fede l’inviato è un niente, un vampiro che succhia la vita altrui per attirare l’attenzione di lettori o spettatori guardoni, sadici, masochisti. Il vero inviato non è uno che ruba dolore, sentimenti, segreti, ecc. per rivenderli al mercato del sentimentalismo e del sensazionalismo. Il vero inviato è uno che si dà, che dà tutto, che consuma il tempo della sua vita perché il maggior numero possibile di esseri umani sappia di Surur, la ragazzina cristiana irachena stuprata e sgozzata in casa sua a Baghdad perché si era rifiutata di indossare il velo islamico per andare a scuola; di Levi, il catechista camerunese padre di famiglia morto di meningite perché i parenti lo avevano condotto dallo stregone per cacciare da lui gli spiriti malvagi anziché all’ospedale; dei 69 seminaristi burundesi martoriati a Buta (44 morti e 25 feriti gravi) perché si erano rifiutati di dividersi fra hutu e tutsi davanti ai guerriglieri hutu che volevano fare una strage.
Parlo dei miei amici che stanno in Cielo, e che danno un senso al mio modesto lavoro di questi anni, alle mie modeste sortite in terre lontane (pallido riflesso delle romanzesche missioni di Domenico Quirico). Ogni inviato ha amici come questi, se ha pensato più a darsi che a prendere quando si è mosso in giro per il mondo.

Attenzione, però: che la religione dell’amore sia moralmente superiore alla religione del rito non significa affatto che la seconda sia vuota e inefficace. Tutto il contrario. La religione ritualistica in tempo di guerra o anche solo di profondo conflitto dispiega una potenza tremenda, dal cui fascino terrificante non si rimane immuni. Infonde una forza incredibile nei combattenti.
Lo testimonia la saga dei jihadisti “kamikaze” e quella delle guerriglie magico-religiose africane. E più in generale la storia di movimenti più o meno rivoluzionari che hanno cambiato la faccia della storia: il movimento per i diritti civili di Martin Luther King non sarebbe arrivato dove è arrivato senza il carisma cristiano protestante che lo pervadeva; e i manifestanti di piazza Tahrir del gennaio-febbraio 2011 non avrebbero fatto quello che hanno fatto senza il conforto di una ispirazione religiosa giocata nello spazio pubblico.
Ricordo una manifestazione nella storica piazza del Cairo nell’aprile 2011, quando Mubarak già si era dimesso ma i militari sembravano non rispondere a molte delle richieste dei rivoluzionari. Era venerdì, e la preghiera di mezzogiorno fu breve ma solenne. I canti e gli slogan si interruppero e sulla piazza scese un silenzio improvviso e assoluto. Migliaia di persone si prostrarono e si rialzarono mentre l’imam cantilenava la litania della preghiera. Le pause del canto rinforzavano l’effetto di sospensione e di attesa. Fu come se uno spirito attraversasse tutta la piazza e trasmettesse la sua forza ai presenti. Il sacro terribile era fra noi, anche un “infedele” come me lo percepiva chiaramente. Non era, si badi bene, un’adunata di islamisti o di salafiti: la maggior parte dei manifestanti apparteneva a quella che convenzionalmente si considera la componente laica della Rivoluzione egiziana. Ma che non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla forza che all’azione politica viene dalla fede.

Non bisogna nemmeno pensare che il cristianesimo sia esente per natura da una funzionalizzazione politico-militare. Non ho bisogno di rievocare le Crociate o le guerre di religione europee per giustificare il giudizio. Mi attengo a una recente esperienza personale occorsami proprio in Siria. Stavo percorrendo in auto, insieme a un religioso cristiano in abiti liturgici, una regione contigua a un’area di combattimenti quando un pick-up di militari in tenuta da combattimento ci ha superati. Andavano verso il fronte, e quando si sono accorti del prete hanno cominciato a suonare il clacson e a salutare con segni vistosi dal cassone del veicolo. Il sacerdote li ha benedetti a distanza tracciando segni di croce nell’aria, ha socchiuso gli occhi e mormorato una preghiera al Dio degli Eserciti.
Quei soldati non erano affatto tutti cristiani: erano anche musulmani sunniti, alawiti, drusi, curdi e chissà cos’altro. Erano uomini che andavano a morire per il governo e che credevano di aver trovato un insperato aiuto divino sulla loro strada: un uomo di Dio che poteva invocare protezione su di loro e vittoria per le loro armi, un segno di benevolenza celeste. E il sacerdote appariva completamente preso nella sua parte di tramite fra il potere del sacro e la potenza delle armi terrene.

Infine, non bisogna nemmeno pensare che dell’amore e della Grazia di Dio, in tempo di guerra come in tempo di pace, possano essere strumento i soli cristiani. Su questo punto commovente è il racconto del cristiano Quirico relativo alla sua tremenda esperienza libica (anche durante quella guerra fu rapito e rischiò di essere ucciso) contenuta nell’intervista che per il mensile Tracce gli fece Alessandra Stroppa.
L’inviato raccontò che erano stati due giovani lealisti gheddafiani a salvare, senza nessun motivo o tornaconto personale, la vita sua e degli altri colleghi presi prigionieri. «Dio esiste o no? La presenza della grazia e del peccato per me è la risposta a questa domanda. Così nell’atto totalmente gratuito di quei due ragazzi, che hanno salvato me ed altre tre persone senza guadagnarci nulla, io ho visto la manifestazione della grazia. La prova dell’esistenza di Dio. Lì, così, in un giorno qualsiasi di un Paese africano, in una guerra tremenda, in un massacro senza luce, semplicemente, si è manifestata la grazia».
La stessa grazia che si è manifestata in una pausa della trafelata fuga dei ribelli siriani che si trascinavano dietro i due prigionieri Quirico e Piccinin. Mentre il loro capo si faceva beffe del giornalista italiano, che implorava di poter telefonare a casa dopo tre mesi di prigionia per poter dire che era ancora vivo, un giovane soldato ferito alle gambe ha messo a disposizione del prigioniero il suo cellulare senza preoccuparsi della reazione del suo comandante.

Quell’intervista a Tracce, soprattutto la seconda parte, è un gioiello. Dovrebbero farla leggere, rileggere e imparare a memoria nelle scuole di giornalismo e nei seminari diocesani. Agli aspiranti inviati così come a chi sarà tenuto a fare omelie. Una provvidenziale risorsa per gli uni e per gli altri.

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1 Commenti

  1. beppe scrive:

    ne è prova il grandissimo progresso del mondi indo – buddista, che ancora oggi resiste al travolgente progresso portato dagli occidentali. leggiti un po’ di rodney stark e meno micromega, e caro OTTOMANO FATTI MENO SEGHE!

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