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Quell’Ultima Thule di Francesco Guccini grida l’infinito

dicembre 12, 2012

Guccini ritorna. E questa pare che sia l’ultima volta. Anche se il suo ultimo album, “L’ultima thule” induce tutti i suoi fan a sperare ancora. È inevitabile: ogni addio, ogni partenza traghetta con sé una promessa che non finisce. La nostalgia insopprimibile di un altrove. Anche quando la neghiamo, la calpestiamo, “come torre in solitario campo” riemerge dalle ceneri.

È questo ardere inquieto che Guccini a 72 anni cerca in tutti i modi di catalogare ripercorrendo le delusioni e gli amori di una vita. Di lotte, di canzoni, di arte cristallina. Eppure l’ultimo verso dell’ultima canzone di questo album mi fa di nuovo sobbalzare:  “L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo si spegnerà per sempre ogni passione, si perderà in un’ultima canzone di me e della mia nave anche il ricordo”.

“Eh no Guccio! Non mi freghi! Non può finire come dici tu!” . Mentre canti, caro Francesco, la tua voce, proprio lei, la compagna di una vita ti tradisce, e nell’immensa bellezza che è ancora capace di sprigionare nega ciò che tu stesso affermi. Tu parli della fine, e la tua voce canta dell’inizio. Quell’“ultima volta” ha dentro un grido di infinito che non si arrende ad un’ultima canzone, ad un ricordo sbiadito, ad un album di addio. Puoi anche finirla con gli album, le canzoni, i concerti ma non puoi impedire al tuo cuore di cantare. “Ma ancora farò vela e partirò io da solo, e anche se sfinito, la prua indirizzo verso l’infinito che prima o poi, lo so, raggiungerò”. Ecco, questa speranza che ad un tratto salta fuori in mezzo a mille ricordi, sconfitte, ferite non la puoi cancellare. Anche se canti di morte.

Per questo “L’ultima thule” è un album bellissimo. Perché c’è dentro la lotta di un uomo alla fine della strada che sembra arrendersi all’impossibilità di trovare un compimento qui e ora, ridotto a rimescolare nel passato cercando di mettere un po’ di ordine e in fondo ai ricordi, ai peccati, alle rivendicazioni ritrova sempre quell’ansia di vita che assale. Come assale ogni pezzo di questo album nei suoi episodi più felici. Il fondo della notte più cupa “larga e oscura, rabbiosa, fatta a morsi” di Canzone di notte n.4 diventa un’ode nelll’ultima strofa dove troviamo un guccini quasi supplicante: “ehi notte, che mi lasci immaginare, fra buio e luci quando tutto tace i giorni per la quiete e per lottare il tempo di tempesta e di bonacce notte tranquilla che mi fai trovare forse, la pace”.

L’ultima volta è un refrain di episodi ben più felici di successi gucciniani. Lo sfondo è sempre lo stesso: Pavana, l’appennino tosco-emiliano ma soprattutto quella ricerca inesauribile delle proprie radici che qui diventa nostalgia struggente di un passato in cui tutto sembrava possibile. Si rincorrono però immagini di una poesia unica: “E quei sandali duravan tre mesi poi distrutti in rincorse e cammino quando è stata quell’ultima volta che han calzato il tuo piede bambino lungo i valichi dell’Appennino”.

Si procede tra ricordi nostalgici di compagni uccisi, funerali di vecchi ideali non più capaci di scaldare un cuore vecchio e stanco per arrivare al canto del cigno dell’album, la perla dell’ultima fatica gucciniana: “L’ultima thule”.

In mezzo a suoni che vengono dal lontano Oriente l’atmosfera assume tinte più scure, serrate e l’incedere del canto di Guccini si fa teso, elettrico, quasi che quel nodo in gola, quell’urlo trattenuto che percorre tutto l’album arriva finalmente al capolinea ed esplode in tutta la sua forza. E proprio sul più bello, quando il Guccio sembra voler portare fino alle estreme conseguenze la sua esigenza di ragioni, di senso ecco che si arrende. Rimane la musica, bellissima, ma non più sostenuta da quella struttura del cuore, da quel vibrare autentico che questo album continuamente ridesta. E a questo punto tutto di me si ribella: se tutto brucia nel ricordi di quell’ultima volta qual è dunque il significato di questa vita? Il senso di questo cuore? Perché tanta bellezza intorno? E questo eterno ansare? No. Ti stai sbagliando Guccio.

Voglio però lasciarti con la frase di un amico che in questi mesi mi ha fatto una compagnia impressionante. Si è spinto fino al limite ultimo del genio: sorprendere, sospettare il Mistero proprio laddove sorge la domanda, l’inquietudine dell’Ultima thule. “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?” (Cesare Pavese).

Chissà, caro Francesco, magari un giorno ne parleremo insieme.

 

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2 Commenti

  1. Diego Alloni scrive:

    Grazie Davide Tartaglia e Tempi per darci un’occasione di riflessione con Francesco Guccini, per me e per tanti un maestro da più di 40 anni. Guccini si schermirebbe di questo titolo, ma non è venerazione: è compagnia nel viaggio della vita. Francesco non parla di morte, non potrebbe, sarebbe presuntuoso (e lui è il contrario): canta della scomparsa. S-comparire possono sono le sembianze, non la sostanza. Quella rimane e non è merito nostro. Per questo i miei bambini cantano a squarciagola, anche se non capiscono quasi niente, i versi di Canzone per Silvia (dove “spiaggia” sostituisce “morte” in “quel giorno che t’aspettava”), Culo dritto o Cyrano. Ce ne saranno ancora tante di occasioni per cantare insieme.

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