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Quella porta chiusa

aprile 5, 2016 Marina Corradi

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Milano, marzo. È un ricordo molto lontano, forse il primo dei miei ricordi. Dovevo avere quattro o cinque anni. Era un pomeriggio d’inverno. Mi svegliai nel mio letto: era già buio. Mi ero addormentata nel dopopranzo e mia madre mi aveva lasciata dormire. Ma quando aprii gli occhi, nessuna luce nella stanza era accesa. Socchiusi la porta e mi inoltrai nel corridoio. In camera di mia madre, e in cucina, nessuno, e tutto spento. Solo dalla porta del soggiorno, in fondo, filtrava la debole luce della tv accesa. Mi avvicinai, silenziosa, a piedi scalzi. La porta era chiusa con la maniglia, ma io, alla maniglia, non ci arrivavo nemmeno alzandomi in punta di piedi. Rivedo come fosse ora il vetro zigrinato della porta, e la sagoma della maniglia d’acciaio, alta, troppo alta sopra la mia testa. Dal soggiorno filtravano, ovattate, le voci dalla tv, e a tratti una parola, una risata di mia madre e dei miei fratelli.

Avevano chiuso la porta, certo, proprio per non svegliarmi. Ma ora ero lì davanti nel buio, e stranamente incapace di chiamarli. Me ne rimasi un lungo istante ferma, zitta, mentre un nodo di pianto mi saliva alla gola, e insieme un pensiero strano per la bambina di quattro anni che ero: loro, mia mamma, mia sorella, mio fratello, stavano vivendo “senza” di me. Ridevano, chiacchieravano, e io, abituata a essere in casa il centro del mondo, con loro non c’ero.

In un attimo mi calò addosso una malinconia rapinosa, come se quella separazione non fosse cosa di un momento, come se quell’istante potesse durare per sempre. Poi, finalmente, un pianto acuto mi uscì dalla gola, e in una frazione di secondo la porta si aprì e mi ritrovai nelle braccia di mia madre. «Mi avete chiuso fuori al buio, come se non ci fossi!», ricordo di avere protestato, con tutta la rabbia di cui ero capace, che, benché fossi piccola, non era poca. E certo – qui non ricordo più – sarò stata subito coccolata e consolata, e sommersa di carezze, mentre continuavo a tenere un broncio infuriato. E tutto questo deve essere durato non più di un minuto.

Ma com’è che quel remoto ricordo si è mantenuto in me per tutti questi anni, e perché ora si ripresenta più insistente – la maniglia sulla porta di vetro troppo alta sulla mia testa, come allora?

È, forse, che quella porta chiusa e la luce soffusa e le voci, quasi i miei stessero vivendo senza di me, somiglia a ciò che è vero ora: loro se ne sono andati tutti, e mi hanno lasciata sola. Non mi immagino, però, il loro mondo come un nulla, ma come una vita altra, di luci, di letizia, di un bene che ci si continua a volere, appena oltre una non traversabile barriera. Ma, come quella sera, io alla maniglia non arrivo, e non posso entrare. E il mio indicibile rimprovero, se lo potessi dire, sarebbe: «Mi avete chiusa fuori, come se io non ci fossi!». Zitta, immobile, in attesa che la porta si apra, e di rituffarmi nell’abbraccio di mia madre, ancora.

Foto porta da Shutterstock


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