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Quella bugia al confessore che ha segnato l’avventura del mio sacerdozio

marzo 28, 2015 Aldo Trento

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Mia madre, quando già ero sacerdote, mi ricordava ogni anno un fatto molto importante della sua vita matrimoniale. Da fidanzata aveva fatto con mio papà un voto di castità davanti all’immagine della Madonna di Caravaggio, che si venera nel Santuario di Piné, Borgo Valsugana. Dopo alcuni mesi mio padre partì per la guerra, tornado a casa dopo cinque lunghi anni. Si sposarono il 28 aprile del 1946. Portavano nel cuore il grande desiderio che il primo figlio, non importa se maschio o femmina, fosse consacrato al Signore. Per questo, ogni anno nella notte fra il 24 ed il 25 di marzo si alzavano e, inginocchiati ai piedi del letto, recitavano il santo rosario affinché la Madonna concedesse loro questa grazia.

La Madonna era il cuore del loro matrimonio. La ricorrenza della Annunciazione, il 25 di marzo, era il momento privilegiato per chiedere a Maria la grazia di un figlio o figlia consacrati al Signore. La Vergine ascoltò la supplica, donando loro un figlio, il primo di cinque, che sarebbe diventato sacerdote. Il santo rosario accompagnò sempre la loro vita e anche la mia, visto che ero il loro primogenito. Ricordo con commozione quando, dopo una frugale cena, ci riunivamo nella stalla e recitavamo il rosario prima di andare a letto. Grazie ai miei genitori questa preghiera mi ha accompagnato fino ad oggi, tutti i giorni. L’amore alla Madonna me l’hanno trasmesso fin da quando ero nel ventre di mia madre.

Davanti alla mia umile casa, nella quale vivevamo, c’era un piccolo giardino che d’estate si riempiva di fiori, in particolare di rose, gladioli e dalie. Ogni sabato mia mamma mi mandava, con un mazzo di fiori tra le mani, nella chiesa parrocchiale per porli davanti all’altare della Madonna del santo rosario. Un amore così grande alla Madonna non poteva non ricevere una risposta al desiderio di un figlio consacrato a Gesù. Era il 18 marzo del 1958, vigilia della festa di san Giuseppe. Il piazzale della chiesa era sepolto sotto un manto di neve. Con i miei compagni di scuola stavamo giocando a palle di neve quando il suono delle campane ci ricordò che nella chiesetta il sacerdote ci stava aspettando per le confessioni. Di solito il confessore era il parroco, però nelle vigilie di grandi feste veniva un confessore straordinario.

Puntuali, entravamo nella piccola chiesa, il parroco ci aiutava nell’esame di coscienza e poi uno dopo l’altro andavamo in sacrestia dove ci aspettava il confessore. Arrivato il mio turno mi inginocchiai e confessai i miei peccati. Prima di andarmene il sacerdote a bruciapelo mi chiese: «Ti piacerebbe essere sacerdote?». Sorpreso ed un po’ impaurito per la domanda, nei pochi secondi a mia disposizione pensai: «Se gli dico no, mi sgriderà, se gli rispondo sì, me la caverò in fretta e lui ne sarà contento». Quel «sì padre, mi piacerebbe essere sacerdote» era una affermazione falsa, ma dopo quella bugia, una volta uscito dalla chiesa, non ero più quello di prima.

La Madonna conservi il tuo sogno
In me era accaduto qualcosa di grande: sentivo in me un grande amore per Gesù e il desiderio di essere sacerdote. Andai subito a casa e raccontai l’accaduto a mia madre che sorpresa mi disse: «La Madonna conservi questo dono e che tu possa diventare sacerdote». Da quel 18 marzo 1958 la mia vita cambiò. Il desiderio bruciante di essere tutto di Gesù cresceva di giorno in giorno. Dopo alcuni mesi, terminata la scuola elementare, all’età di 11 anni, senza chiedere il permesso a nessuno, entrai in seminario. Era il 28 luglio 1958.

Mio padre lavorava come muratore a Bolzano; mia madre, sola a casa con 4 figli da crescere, lavorava nei campi. Non potrò mai dimenticare la decisione con la quale dissi sì a Gesù, senza neppure pensare al problema che creavo a mia madre. Posi alcune cose in un piccolo sacco, scesi in strada in attesa che passasse un trattore che portava del materiale nella casa estiva del Seminario dei padri canossiani. L’ultimo sguardo fu quello di mia madre dalla finestra di casa. Da quel giorno non tornai più a casa se non alcuni giorni l’anno. Incominciava un’avventura inimmaginabile. Tutto cominciò con una bugia detta in confessione a quel padre canossiano alla vigilia di san Giuseppe. E della Milano-Sanremo.
paldo.trento@gmail.com

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