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Quei destini bizzarramente incrociati

marzo 7, 2011

Quando sarò vecchia vorrei una casa, anche solo una stanza, con un balcone affacciato su un grande scalo ferroviario. Milano Centrale, Roma Termini, o una di
quelle grandi stazioni di Parigi dove convergono i treni da tutta Europa. E mi metterò lì affacciata, assorta, a vedere passare i treni. I merci con i carri rugginosi, interminabili tradotte sferraglianti, tonnellate di acciaio e container lentamente ma
implacabilmente diretti verso mete ignote, e che presumi lontane. Talvolta abbandonati su binari morti, in attesa che qualcuno decida di sottrarli a quell’inerzia; che un pigro locomotore venga finalmente ad agganciarli e a riportarli sulla linea principale, nel cigolio dei mozzi delle ruote ferme da settimane, nel clangore secco degli scambi che scattano, e avviano il convoglio al suo destino. Lettere, numeri lunghi e indecifrabili su quei vagoni ne indicano, presumo, la provenienza, e la destinazione: ma così sbiaditi che ti domandi se ancora qualcuno si ricorda di quel treno, e se qualcuno lo attende. Sui locomotori opachi di polvere e di pioggia immagini i macchinisti, abituati a viaggiare di notte, e a non fermarsi nella luce delle stazioni – come stranieri. Chissà, nei lunghi viaggi con l’orizzonte buio davanti, i pensieri dei macchinisti dei merci, che nessuno aspetta sulle banchine.

 

Anche i treni passeggeri mi piacciono – quelli con la locomotrice dal muso affilato, pantera rasoterra nella corsa veloce: che solo nell’uscire dalle stazioni va adagio, quatta, come una fiera che s’avventuri fuori dalla tana. Mi piace vederli avvicinarsi alle città, nella selva d’acciaio dei binari così sicuri della loro strada; e di notte, soprattutto, quando i vagoni sono una fila di finestre illuminate nel buio, e, dentro, i passeggeri solo sagome scure. Misterioso e quasi struggente, un treno che passa illuminato nella oscurità. Carico di storie e facce per qualche ora unite verso una comune meta, di destini bizzarramente incrociati in poche casuali parole. E alla stazione poi, nelle grandi stazioni, quel vociare confuso di annunci coperti dal rumore, e la malinconia di chi lascia una persona cara, e l’ansia di chi cerca, nella folla, chi lo aspetta. I passi un po’ spaventati dei vecchi che, indovini, avrebbero
preferito restare a casa; i bambini che si attaccano alle mani dei grandi, per la paura di perdersi. E quelli che proprio non hanno niente da fare, e niente da aspettare: o solo che la sala d’attesa si svuoti, per sdraiarsi sulle panche dure, a dormire.

 

Mentre nuovi treni ansanti, sfiatanti della corsa, rigati di pioggia, affacciano i musi dei locomotori sotto le arcate, i fari lucenti che sembrano scrutare i viaggiatori: c’è fra voi qualcuno che deve partire? Sì, quando sarò vecchia da un balcone affacciato sui binari di Milano Centrale me ne starò delle ore a guardare. A vivere ancora le storie degli altri, ora che non potrò più partire insieme a loro. A contemplare l’orizzonte dove tutti i binari sembrano confluire, lucenti, verso un unico punto. Quasi dolcemente, fiduciosamente curiosa di andare infine a vedere che cosa c’è, là in fondo.

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