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Quei canti come un presagio

settembre 5, 2011

Ultimi giorni di scuola. Caldo afoso e nuvole scure e gonfie in cielo. Nel giardino dell’istituto alla periferia di Milano c’è un profumo intenso di tigli. Le rose sono spalancate e alcune già un po’ sfiorite. Estate, quasi. Dalle aule con le finestre aperte viene un vociare forte, un chiamarsi di ragazzi, e risate. È la sera del saggio di musica. C’è eccitazione nell’aria, un fremere di attesa; ognuno ha il flauto e il libro degli spartiti in mano. Stanno arrivando i genitori, e i nonni e i fratelli piccoli. Stanno arrivando anche, più nere, le nuvole: tuona. Uno scroscio violento e improvviso d’acqua si abbatte sui visitatori. Via di corsa, tutti, e grida, e salti di agili gambe di bambini fra le pozzanghere. C’è qualcosa di più vivo che una festa negli ultimi giorni di scuola, alle soglie dell’estate? (Stride come un’assurdità, come un enigma, il silenzio, appena oltre la strada, dei viali del cimitero di Lambrate). Nel salone gremito gli studenti prendono posto sul palco, i maschi da un lato, le compagne dall’altro. Ordinati, vestiti tutti di nero e di bianco. In quest’ordine risaltano di più i lineamenti di ciascuno; e salta agli occhi come un’evidenza la originaria differenza fra maschi e femmine.

 

I ragazzi più squadrati, forti di spalle, ma come ancora grossi bambini; le femmine già aggraziate, i capelli lunghi attorno al viso che un po’ lo nasconde – come se usassero, a quell’età, la chioma come un velo, per mostrarsi ora, e ora sottrarsi agli sguardi. Suonano ora: insieme, con il giusto tempo, attenti al maestro al piano, l’inno di Mameli e l’inno del Piave. Lo cantavamo anche noi, a scuola, e lo cantavano i nonni; è un testimone, passato da una generazione all’altra. È questo, è il nostro continuare dai padri ai figli, che commuove guardando le facce ancora lisce dei maschi, e gli occhi lucenti delle ragazze? È strano: in questo suonare insieme, seri in volto, sembrano tutti belli. Cantano, ora, Va’ pensiero, e poi Signore delle cime, la storia di un ragazzo che la montagna si è preso; e un canto e l’altro sono, lo avverti con chiarezza, preghiere. Non lo sanno ancora forse i ragazzi, ignari quasi tutti del dolore; ma c’è un presagio in quelle note che li fa pensosi e assorti. E poi la sala che scoppia di applausi, e il prorompere di strilli di bambini piccoli a lungo costretti zitti e buoni. I ragazzi sul palco rompono le righe e tornano a essere scolaresca ridente, chiassosa, incontenibile. Sciamano fuori, il temporale è finito, ne resta l’aria intrisa di un odore buono di terra bagnata. Si rincorrono, si chiamano in un vociare eccitato, felice. Come se l’estate davanti fosse infinita, e, certo, colma di meravigliose sorprese. La scuola, dietro, con le finestre spalancate e vuota, sembra un treno arrivato alla sua destinazione. In quelle voci in giardino l’attesa, il desiderio dell’adolescenza così intenso, che sembra di toccarlo con le mani.

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