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«Quei bambini malati mi hanno insegnato che vale la pena esserci»

febbraio 11, 2016 Aldo Trento

padre-aldo-trento-cristinitaPubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Mostrami, Signore, non importa in quale località del mondo, un volto amico, contemplando il quale possa contemplare Te» (Czesław Miłosz). E così Elisabetta è finita in Paraguay, grazie in particolare ai comuni amici Marcos e Cleuza. Ciò che le è accaduto è lei stessa a raccontarcelo. È davvero imprevedibile il modo di agire del Mistero nella vita di ognuno.
paldo.trento@gmail.com

Mi chiamo Elisabetta, sono al terzo anno di Medicina. All’inizio del 2015 ho iniziato a soffrire di esaurimento nervoso. Mi venivano attacchi di panico, in alcuni momenti non vedevo vie d’uscita. Tutto mi sembrava un’obiezione alla mia felicità, avevo il terrore di non stare più bene. Non ero più io, non avevo momenti di respiro durante la giornata, mentre di notte non mi era facile dormire. Tutto era un peso. Ma più grande di tutto era lo scandalo che avevo di me. Non mi sentivo giusta.

La situazione si è sbloccata quando il responsabile degli universitari di Cl della mia città mi ha invitata alla diaconia centrale di Milano con don Carrón. All’inizio non volevo andare ma dopo qualche insistenza di alcuni amici ho detto di sì. Fidarmi di qualcuno che non vedeva tutto nero come me e mi voleva bene, lasciarmi aiutare è stato il primo passo verso un’alternativa al niente in cui mi stavo rinchiudendo. Non ero più sola. Da quella sera mi sono sentita voluta bene. I mesi dopo sono stati una continua lotta con me stessa. Una ferita aperta che nel rapporto con alcuni amici è divenuta domanda struggente. Ho imparato a chiedere aiuto, a lasciarmi guardare da qualcun altro ed è nata in me una timida intuizione: se qualcuno mi vuole bene così come sono, perché non posso farlo io? Loro erano per me il segno che Qualcuno mi aveva fatto così: quindi andavo bene così.

Tempo dopo, due amici del Brasile, Marcos e Cleuza, sono venuti a trovarmi, era il 30 agosto, una domenica. Entrambi avevano capito, meglio di chiunque altro, che non stavo bene e mi hanno proposto di andare da loro in Brasile e poi in Paraguay da padre Aldo. Ho accettato subito, perché è conveniente dire sì a una proposta di amici che vedi lieti e liberi. Seguirli è diventato il mio desiderio più grande.

A dicembre sono arrivata ad Asunción. Ho fatto fatica, mi turbava non conoscere lo spagnolo e sentivo grande nostalgia di casa, tanto da mettere in dubbio il motivo per cui ero partita. Volevo soltanto tornare. Ancora una volta sono stati i miei genitori a non perdere di vista il bello che mi stava capitando, e mi hanno consigliato di parlare con padre Aldo. Ci sono andata, con tutto il mio male, la mia inadeguatezza, la mia tristezza e il mio scandalo.

In silenzio davanti a lui
In don Aldo ho scoperto un bene impensabile verso di me e il mio destino. Mi sorprende ancora l’amicizia nata con lui e la compagnia che mi ha fatto. Mi ha aiutato a trovare un metodo per vivere la giornata, ma soprattutto mi ha guardata. Non mi toglierò mai dagli occhi quello sguardo, bianco e luminoso. Ricco di ironia e di tenerezza per il mio e il suo male.

Un giorno sono andata da lui perché stavo male. Stava scrivendo. Mi sono seduta in silenzio. Ogni tanto sollevava lo sguardo e mi sorrideva, poi tornava a scrivere. Padre Aldo era certo che io ero chiamata lì, dovevo fare quella fatica per diventare donna. Lui avrebbe aiutato me a portare questa fatica, io avrei aiutato lui. La grande compagnia che mi proponeva era più conveniente di qualsiasi altra cosa. Affidarmi a lui, obbedire, mi ha permesso di maturare e di educare una passione e una cura per tutto. Ho anche imparato a pregare e mi rendo sempre più conto dell’importanza che ha avuto, e che ha, la perseveranza nella preghiera: la forma più grande di domanda. E poi la comunione quotidiana e la confessione, che mi hanno permesso di ripartire sempre.

Osservando i bimbi della clinica era evidente che per loro valesse la pena vivere, perché erano amati. Grazie a loro ho capito perché anche per me vale la pena esserci. Uno mi ha pensata, fatta e amata. Che letizia e gratitudine nascono da questa nuova coscienza. Sono davvero grata a Dio di tutto, perché mi ha preferita. In un modo che io non avrei mai scelto, ma era il modo giusto per me. È il modo per me.
Elisabetta


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