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Quando il dolore tritura l’anima, uno impara ad amarsi solo se è amato

maggio 26, 2017 Aldo Trento

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Caro padre Aldo, ti scrivo per chiederti aiuto. Negli ultimi sei mesi, improvvisamente, ho incominciato ad avere crisi di ansia, paura della vita e pensieri molto forti su questioni molto care a me. Due anni fa ho intrapreso un percorso di verifica vocazionale bellissimo perché ho intuito che per la mia vita Cristo è tutto (incontrare il movimento di Cl mi ha dato speranza). È stato un percorso un po’ travagliato, però alla fine di questa estate è stato evidente come io fossi fatto per amare una ragazza, che tra l’altro ricambiava le mie attenzioni. Più le stavo vicino, più ero affascinato e desideroso di sentire l’amore di Gesù. Passare del tempo con lei non era in opposizione ma abbracciava la mia intuizione iniziale che Cristo è tutto. Dopo due mesi che stavamo insieme ho iniziato a stare male, provavo e provo tanta ansia e paura di non essere più innamorato, ho persino paura di sentire l’amore di Dio: percepire che Dio mi vuole mi fa paura, temo che mi sia chiesto di abbandonare il bene che mi vuole la mia ragazza. La maggior parte delle mie giornate la passo a cercare di decifrare i miei pensieri, per capire se sono ancora innamorato o no, lo faccio senza volerlo, anche di notte. E così io e lei ci siamo allontanati perché non riuscivamo a stare vicini. Stavamo sprofondando.
In tutto questo casino vedo che non mi basta la psicoterapia: io ho bisogno di gustarmi la vita, di sentire la carezza di Dio, anche quando sono preso dalle mie paure. Mi sento veramente solo, al mattino alzarsi è durissima, sperimento noia e insoddisfazione per le cose. Tutte le sere vado a pregare la Madonna per chiedere la grazia di farmi sentire amato da Dio, di non farmi perdere la mia ragazza, e di allontanare questa fatica da me. Come posso recuperare il rapporto con la realtà e amare me stesso quando sto male? Come si fa a credere che Cristo ha portato anche la mia croce ed è vicino a me? Ho proprio bisogno di avere fede. Ti invidio per l’abbraccio che hai ricevuto da Giussani, vorrei che Dio abbracciasse anche me. Con le tue lettere mi sei amico. 
Lettera firmata

Caro amico, nella mia esperienza esiste un solo metodo per recuperare il rapporto con la realtà: incontrare qualcuno che ti abbracci, ti prenda per mano come ha fatto Virgilio con Dante o Giussani con me. È il metodo della mamma con il suo bambino che piano piano gli mostra ogni dettaglio della realtà e in questo cammino il piccolo incomincia a chiedere.
Ecco il punto di partenza: incominciare a chiedere, imparare a chiedere. Dipende solo dalla tua libertà. Ricordo che quando sono precipitato nell’abisso della depressione, nei primi nove mesi ho fatto con la macchina 20 mila chilometri, passando da un santuario mariano all’altro, e visitando ogni giorno un amico medico con cui mi sfogavo, e lui pazientemente mi ascoltava. Anche con la Madonna mi sfogavo e mi arrabbiavo dicendole: «Ma perché non mi curi, perché non mi ascolti, se sei mia madre?».
Sono dovuti passare quasi vent’anni perché capissi il suo apparente e per me doloroso silenzio. Dio aveva un progetto chiaro su di me, che oggi vedo realizzato, ma per questo era necessaria una mia purificazione, passando come Dante attraverso le pene dell’Inferno e del Purgatorio, fino a raggiungere la bellezza del Paradiso. Ma Dante ha avuto bisogno di Virgilio, «lo mio maestro e ’l mio autore». Così è anche per ognuno di noi, da soli non ce la faremmo mai. Per questo non mi sono mai stancato di cercare don Giussani, anche se la mia insistenza poteva apparire a molti un’esagerazione. E lui, come segno della positività di questa mia insistenza, mi portò con sé nell’estate del 1989, accompagnandomi all’aeroporto, per “caricarmi” sull’aereo che mi portava in Paraguay.
Uno impara ad amarsi quando è amato, in particolare quando il dolore tritura l’anima. Molti mi dicono: «Ma tu sei stato fortunato perché hai incontrato don Giussani». È vero. Ho avuto una grande grazia, ma se la mia libertà non avesse fatto il primo passo, non sarebbe accaduto nulla. Ciò che ho vissuto con il fondatore di Cl, l’ho vissuto con papa Francesco incontrandolo due volte in Vaticano, e la terza volta a casa mia. Anche in queste occasioni è stata la mia libertà a muoversi mettendo a soqquadro mezzo mondo. Perciò ieri come oggi è possibile sempre incontrare l’abbraccio di un Giussani, qualunque sia la situazione in cui uno vive. Ma senza questa posizione del cuore che don Giussani chiama “ascesi”, lavoro personale, che implica la propria libertà chiamata a muoversi, non accade nulla, come ci ricorda la parabola del ricco epulone.
paldo.trento@gmail.com

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