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Premio Cultura cattolica. Che spettacolo sentire monsignor Negri raccontare dei suoi maestri

ottobre 30, 2013 Giovanni Fighera

È bello sentire qualcuno che racconti una storia, la propria storia, perché vuol dire che c’è una vita. Ancor più bello è quando la storia che ti viene raccontata è piena di speranza, una testimonianza di gratitudine nei confronti di chi ti è stato e continua ad esserti maestro. Allora si capisce che è sempre indispensabile tornare alle origini della propria storia. Comprendi che solo nella consapevolezza delle tue origini, nella gratitudine per chi ti è padre nasce la fecondità. Sant’Agostino commenta la frase del Vangelo «A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» dicendo che chi ha coscienza del debito di gratitudine verso chi ci è padre e ci ha donato tutto sarà fecondo e otterrà ancora di più, chi, invece, non conosce la propria origine e verso chi è debitore perderà tutto e non darà alcun frutto.

Queste riflessioni sono scaturite in me, qualche settimana fa, alla cerimonia di consegna del riconoscimento del Premio Cultura Cattolica, XXXI edizione, quando il premiato mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara – Comacchio e Abate di Pomposa, ha risposto alle domande personali rivoltegli dal giornalista Andrea Tornielli. Allora è andato alle origini della sua crescita, del suo modo di concepire la vita e i rapporti con le persone: l’incontro con Cristo, avvenuto prima in famiglia e poi, di nuovo, nella figura di don Luigi Giussani. Quando era piccolo, il padre gli diceva: «Vado a lavorare per collaborare alla gloria di Cristo nel mondo». Per suo padre la fede era pertinente alla vita, riguardava anche il duro lavoro e la fatica. La vita in quelle case dei quartieri poveri di Milano negli anni Quaranta del Novecento era una vita povera di mezzi materiali, ma ricca di dignità. La dignità della vita risiede, infatti, nella cultura, ovvero nella concezione che si ha della vita.

Negri ha, poi, incontrato don Giussani sui banchi di scuola del Liceo Berchet di Milano e l’ha seguito fin dalle prime ore di Religione dedicate al senso religioso, a Cristo e alla Chiesa. L’inizio di tutto fu lì, al Berchet, nell’invito costante ad approfondire il proprio bisogno di uomo, la propria natura. Infatti, solo in una vera esperienza umana si può capire che Cristo è una corrispondenza perfetta alla domanda del cuore della persona. «Voi cristiani dove siete?» chiese don Giussani ai ragazzi del Berchet. Qualcuno colse questa provocazione come una chiamata in cui l’incontro con Cristo avrebbe compreso in sé ogni ambito della vita, dallo studio alla cultura, dai rapporti di amicizia alla politica. Nella vita di mons. Negri la grazia è passata attraverso le circostanze dell’esistenza, attraverso gli incontri che ha avuto.
Mons. Negri ricorda che era molto sedentario e passava molto tempo in casa a leggere. Dopo l’incontro con don Luigi Giussani è nata per lui una possibilità di vita nuova. Mons. Negri ricorda che stava studiando Matematica quando ha pensato che avrebbe potuto dedicarsi totalmente a Dio. Lo raccontò a don Giussani che gli consigliò di custodire nel cuore quell’intuizione. All’Università, poi, Negri iniziò ad essere missionario, ad aiutare i ragazzi universitari che avevano bisogno e maturò la decisione del sacerdozio.

Altre figure sono state fondamentali per mons. Negri. L’arcivescovo di Milano Schuster era ai suoi occhi un santo. Il suo successore Montini era deciso nei principi, discreto nelle indicazioni. Papa Giovanni Paolo II ha indicato che «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» e non, può, quindi incidere nella vita, nella storia e nella società. Papa Benedetto XVI ha insegnato l’apertura della ragione in tutto il suo magistero proponendo «un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza».
Già san Paolo con il suo richiamo «Vagliate tutto, trattenete quello che è buono» ci propone una ragione aperta a tutto, che dialoga con tutti, che non misura, ma si spalanca al vero e al bene. La ragione spalancata e non ridotta arriva a cogliere che l’uomo non può capire tutto il Mistero della realtà. Si protende così a percepire l’inadeguatezza della condizione umana di fronte all’infinito, a capire il limite nella conoscenza e la necessità che sia il Mistero a rivelarsi. Ragione e fede sono comunicanti e in continuo dialogo.

La rinuncia di papa Benedetto XVI è stato un dolore grande per mons. Negri, ma, nel contempo, una grande testimonianza di fede, perché il Pontefice ha voluto bene a Cristo e alla Chiesa piuttosto che essere attaccato a se stesso. Ha mostrato il senso del limite, virtù rara, ma fondamento di ogni costruzione morale. Senza il senso del limite non si procede nella conoscenza della realtà e, nel contempo, non si può comprendere la totale corrispondenza di Cristo al nostro bisogno. Il peccato più grave del nostro tempo è, invece, la perdita del senso del peccato. Quando l’uomo non ha più coscienza del proprio peccato e si percepisce autosufficiente, non ha più bisogno di Cristo. Cristo è accolto da chi si sente bisognoso e mendicante, mentre chi si sente a posto non può riconoscerlo. «Niente è tanto incredibile quanto la risposta ad una domanda che non si pone» (Niebur). Oggi, l’uomo, nel suo delirio di autosufficienza, non percepisce che non si può dare la felicità da solo, tanto meno non si può salvare da solo.

All’epoca di Gesù come oggi, nella cultura che abbiamo delineato, la missione non è l’obiettivo, ma è il metodo, la strada, perché la vita sia vera. Oggi si apre la stagione della nuova evangelizzazione, rivolta ad un interlocutore che è lontano da Cristo e dalla Chiesa, che è stato vicino magari, un tempo, ma poi se ne è andato. Bisogna far capire a tutti che è sempre aperta la possibilità di tornare all’interno della Chiesa. Papa Francesco è testimonianza in atto di questa nuova evangelizzazione.

Nella figura di mons. Luigi Negri si rende palese quanto scriveva Cesare Pavese: «Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia».
La creatività trova la sua scaturigine più autentica nella tradizione e nel radicamento nelle proprie origini. Questa considerazione è valida sia per il singolo individuo che per un popolo. Quando un popolo si allontana dal proprio passato, dai valori che hanno sempre rappresentato la coscienza della comunità, anche la cultura e l’arte perdono lo splendore e la capacità di essere sempre nuovi, eppure sempre validi e universali. Una pianta, radicata nel terreno, riceve sempre nuova linfa, perde le foglie vecchie e ne fa germogliare delle nuove. Ogni esperienza di vera appartenenza reca in sé la vitalità che proviene dalla verità sulla vita che viene tramandata di generazione in generazione, di padre in figlio.

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