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La rieducazione socialista a spese dei milanesi

novembre 21, 2011 Rodolfo Casadei

Domenica Milano è stata trasformata in un campo di rieducazione socialista vietnamita. Col pretesto di un blocco del traffico che dovrebbe contribuire a ridurre la concentrazione delle polveri sottili nell’atmosfera, la Giunta comunale del sindaco Giuliano Pisapia si è impadronita per otto ore della vita dei residenti milanesi e li ha trattati come il governo di Hanoi trattò gli abitanti del Vietnam del Sud dopo la liberazione del 1° maggio 1975: gente moralmente e intellettualmente contaminata da vent’anni di corruzione capitalista e disvalori americani da riprogrammare mentalmente e ricondurre a comportamenti più sociali.

Che l’inquinamento sia stato solo un pretesto per un’operazione di ingegneria sociale lo si comprende dalla lettura dell’ordinanza del sindaco che ha istituito il blocco del traffico: lo stop alle auto dura un’ora in meno che a Roma (dalle 10 alle 18, mentre nella capitale era dalle 8.30 alle 17.30), gli unici veicoli esentati sono quelli elettrici e quelli del “car sharing”, e la velocità oraria non può superare i 30 km/h; a Roma invece potevano circolare i veicoli Euro 5 e quelli a Gpl e a metano, e il limite di velocità era quello urbano preesistente. L’ordinanza milanese è scientificamente e tecnologicamente assurda: i veicoli a Gpl e a metano non emettono polveri sottili, vietarne la circolazione è solo una punizione immotivata a chi li ha acquistati; mentre le auto del car sharing a Milano sono in gran parte di categoria Euro 4, quindi un po’ di polveri le producono. La logica dietro l’ordinanza di Pisapia è chiara: metano e Gpl rappresentano l’iniziativa individuale per affrontare il problema dell’inquinamento, che va stoppata, perché il problema delle polveri sottili è un pretesto troppo succulento per permettere all’amministrazione di esercitare il suo potere discrezionale sui cittadini e di imporre loro i valori che considera superiori: il concetto di proprietà collettiva insito nel car sharing contro il concetto di proprietà privata, la lotta all’inquinamento come ambito decisionale esclusivo dell’illuminato potere amministrativo contro la ricerca individuale di soluzioni, l’imposizione di comportamenti massificati contro i liberi comportamenti individuali.

La profondità dell’esproprio di libertà dei cittadini che è stata esercitato si nota anche in altri dettagli: ha investito non solo la modalità del movimento, ma la sua tempistica. I tabelloni che alle fermate dei mezzi di superficie e nelle stazioni della metropolitana normalmente comunicano i minuti di attesa fra i passaggi di un mezzo e il successivo erano in gran parte muti, alcuni addirittura riportavano tempistiche beffarde: “tempo di attesa: 99½ minuti”. Il messaggio non poteva esser più chiaro: “Rilassati, oggi il tuo tempo è nostro, decidiamo noi il come e il quando”. Altra caratteristica dell’iniziativa che ricorda regimi passati e presenti è l’uso della neolingua (o “lingua di legno” come dicono i francesi) per descrivere i fatti: secondo il sito del Comune non è stata una domenica segnata dal divieto di circolazione degli autoveicoli, ma una “DomenicAspasso” (questo il nome ufficiale): la sottrazione di libertà viene occultata attirando l’attenzione su un’attività salutare e piacevole, come se l’andare a spasso il giorno 20 novembre non fosse il prodotto di una scelta forzata; i comunicati del Comune annunciano “il grande successo della giornata”, che ha visto “migliaia di persone a spasso” e in occasione della quale “moltissimi milanesi e non hanno preso alla lettera l’invito dell’amministrazione e hanno deciso di andare a spasso”. Di grazia, che dovevano fare? A Milano la gente la domenica va a farsi un giro, se non glielo lasciano fare in auto lo farà a piedi e coi mezzi pubblici. È un successo che abbia fatto quello che era stata obbligata a fare? Chi ha tentato di smarcarsi si è beccato una multa da 155 euro: è successo a 828 milanesi. Perciò il linguaggio ricorda molto la dizione “Repubblica Democratica” che la Germania Est e lo Yemen del Sud nel passato, la Corea del Nord tuttora ostentano nella loro ragione sociale: democratici non erano e non sono, ma ci tenevano (e ci tengono) molto a declamarlo.

Sintomatico anche il fatto che lo stop di domenica rientra in una serie di appuntamenti “programmati”. In passato il traffico veniva fermato quando sembrava essercene bisogno: le centraline segnalavano polveri sottili sopra la soglia d’allarme per un certo periodo, e allora scattava il blocco. Adesso invece si opera con una programmazione: le giornate senza auto sono programmate da qui ad aprile, non importa se magari una settimana di piogge avrà reso tersa l’aria della città, l’azione di rieducazione dovrà comunque procedere. La neolingua si estende alla libera (?) stampa, col Corriere della Sera che parlando dell’alta affluenza a mostre e musei scrive: «Nella domenica senza ingorghi le code sono state una piacevole costante». Piacevole? Piacevole per chi? Domenica 20 novembre è stato probabilmente il giorno meno indicato dell’anno per visitare un museo o una mostra a Milano: è vero che alcuni erano gratis, ma le sofferenza fisiche per usufruirne sono state sproporzionate.

Fra tanti comunicati trionfalistici sul sito del Comune di Milano, ricchi di numeri che attestano la grande partecipazione di popolo agli eventi predisposti dall’amministrazione, ne manca uno che faccia il punto dei costi. Il Corriere della Sera scrive che per potenziare la rete e accogliere più passeggeri di una normale domenica (alla fine sono stati 140 mila in più) l’Atm ha dovuto spendere 200 mila euro, ai quali vanno aggiunti i mancati introiti dovuti al fatto che un biglietto valeva per l’intera giornata. Aggiungiamoci i mancati introiti di piscine comunali e musei civici aperti gratuitamente al pubblico, gli stipendi straordinari per il lavoro domenicale di addetti e vigili urbani, e cominceremo a farci un’idea di quanto costerà all’amministrazione cittadina il grande spot pubblicitario della giunta Pisapia. Senza dimenticare la famosa frase di Milton Friedman: “No meal is for free”, “nessun pasto è gratis”. Alla fine qualcuno dovrà pagare, e tutti sappiamo chi.

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2 Commenti

  1. L'intruso Callistoniano scrive:

    Incredibile.

    In un mondo in cui il modello dello sviluppo sostenibile ci constringerà alla progressiva e totale eliminazione delle auto private come mezzo di trasporto per i centri cittadini, c’è addirittura qualcuno che vede nel Car Sharing un complotto Socialista.

    Non per niente Alemanno è già corso ai ripari ed ha imposto il blocco delle auto pure lui.

    E d’altra parte, anche nella Sovietica Svezia, dove il clima ben legittimerebbe i cittadini a munirsi di Suv e Crossover “Friedmaniani” anche per andare al tabacchino, si usa la bici tutti i giorni (anche quelli feriali).

    Si. Le domeniche a piedi di Milano hanno il sapore di una “liberazione”, e forse è questo il problema per chi ha visto in questo provvedimento del Comune un pericoloso “strumento di controllo delle masse” (ma per favore..)

  2. Rodolfo Casadei scrive:

    Cerchiamo almeno di non inquinare l’atmosfera con le balle. Io in Svezia ci sono stato e le biciclette di cui parla lei non le ho viste. Forse in luglio e agosto, a novembre e dicembre sicuramente no. Alemanno ha bloccato il traffico, ma ha lasciato circolare i veicoli a Gpl e metano che, come è noto, non producono polveri sottili. Averli fermati è il segno di una mentalità ideologica,di una volontà di irregimentare le masse. “La totale eliminazione delle auto private” di cui lei favoleggia non è un sogno, ma un incubo che quelli come lei vogliono imporre al loro prossimo.

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