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Perché non si studia più la Storia? La memoria c’è solo quando esiste una storia da raccontare

gennaio 28, 2013 Giovanni Fighera

La memoria è la sorgente dell’identità di una persona e di un popolo, l’unica cosa che, a detta di Foscolo, non può essere strappata all’Italia (così ne I sepolcri del 1807). In effetti, ogni persona e ciascun popolo è responsabile della perdita della memoria. La memoria ha a che fare con una storia. Si ha memoria se si ha una storia da raccontare. Conoscere il passato è un atto morale, nel senso che la stessa ignoranza è colpevole, come afferma Traudl Junge che diviene segretaria di Hitler a ventidue anni nel 1942. Finita la guerra, scopre che una sua coetanea, Sophie Scholl, ha dato la vita per diffondere la verità dello sterminio, mentre lei è rimasta ignara di tutto. Allora scrive: «Il fatto che fossimo giovani non ci giustifica dal non aver saputo». Allora vorrei fare qualche riflessione perché la celebrazione della giornata della memoria non avvenga in maniera retorica e falsa.

Ritorniamo a studiare la nostra storia e a far memoria del passato non solo un  giorno all’anno. Auspico il ritorno al sistema scolastico in vigore fino a un po’ di anni fa per cui l’intera storia veniva affrontata nel ciclo della scuola primaria, poi nella scuola secondaria di primo grado e poi in quella di secondo grado, per tre volte, secondo livelli di comprensione differenti. La verità (oppure la ricerca della verità storica) si incontrava, e la si approfondiva nel tempo. I bambini si aprivano, così, alla categoria della storia che oggi hanno in gran parte perso. Arrivano a conoscere il Novecento solo a 13 anni. Chi insegna nelle scuole superiori sa quale disastro culturale abbia provocato questo cambiamento nello studio di questa disciplina. I ragazzi sembrano in gran parte non aver aperto la categoria temporale/storica, un secolo equivale ad un altro, sembra per molti esistere solo il presente, non sono capaci talvolta di collocare le guerre mondiali nel secolo giusto (sembra una battuta, ma è la tremenda realtà di studenti di 14 anni). Ebbene, una rapida verifica consente di attestare che questa riforma dello studio della Storia è stata negativa e nefasta anche per le altre discipline. La Storia è, infatti, l’impalcatura che permette la comprensione e lo studio dell’Arte, della Letteratura, della Filosofia, …

Negli anni successivi a questa riforma il Ministero ha aggravato la situazione diminuendo sempre più il numero di ore dedicate allo studio della Storia nelle scuole superiori, focalizzando sempre più l’attenzione su competenze e sempre meno sulla cultura, come se le competenze non passassero attraverso un percorso culturale. Mi sembra una forte contraddizione chiedere di celebrare il passato e di ricordarlo e, nel contempo, ridurre sempre di più lo spazio dedicato al suo studio. Si può sempre ritornare indietro. Ritorniamo a far studiare la storia ai bambini della scuola primaria, tutta, non solo la preistoria, le prime civiltà, i Greci e i Romani. I bambini hanno una grande curiosità e una grande capacità di comprendere. Inoltre, la categoria storica è fondamentale nella crescita, se non viene aperta da piccoli, probabilmente non sarà mai aperta, così come accade per la capacità di calcolo, per la comunicazione, per la logica.

Seconda riflessione. Stiamo attenti! Una giornata della memoria che accusasse il passato (come accade nella maggior parte dei casi) e che non riflettesse sul presente sarebbe ipocrita e farisaica. Se il presente deve illuminare il passato, è anche vero il contrario, ovvero che il passato deve aiutarci a scrutare meglio il presente.

L’errore più grande che si commette oggi è pensare che fatti di una tale gravità come lo sterminio perpetrato dai nazisti siano capitati solo nel tempo passato. Uno sguardo attento a quanto si verifica oggi nel mondo ci dimostra che i lager sono ancora oggi presenti (ad esempio in Cina), ma pochi ne scrivono, che cinquanta milioni di bimbi ogni anno vengono uccisi con l’aborto, che l’eugenetica nata sotto i regimi totalitari e vagheggiata dal Nazismo è oggi presentata come modernità, che tante altre ingiustizie sono ancora commesse. Veniamo ora alla terza e ultima riflessione.

«Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta» scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere, diario di riflessioni  esistenziali  e culturali.

Una dimensione autenticamente umana anela a salvare tutto quanto ci è accaduto, come  esperienze, incontri, persone care, anche se è ben conscia  che la salvezza e la redenzione del precario e del passeggero fino «ad ogni capello del nostro capo» non  possono derivare da noi, ma possono  provenire solo dal di fuori, da qualcosa di infinitamente più grande della nostra miseria. Questa consapevolezza non elimina la nostra aspirazione a conservare, a trattenere, a dipanare il filo della memoria, a mantenere l’impressione dell’immagine tremula che è venuta alla luce dal pozzo (Cigola la carrucola nel pozzo, di Eugenio Montale). La memoria, il ricordo sono parte dell’umana aspirazione all’eternità, come si può constatare nei Sepolcri, carme che è vero e proprio monumento (nel senso etimologico del termine) della civiltà e di quella «corrispondenza d’amorosi sensi» che lega gli umani tra loro, anche con coloro che sono già  defunti.

La memoria è, però, anche sorgente dell’etica, della vera moralità, ovvero della possibilità di agire per un bene. Basti pensare al caso di Renzo che, più volte, nella sua peregrinazione lontano dal paese natio,  proprio nei momenti più bui, viene trattenuto dal compiere azioni scellerate dalle trecce nere e da una barba bianca, ovvero da Lucia e fra Cristoforo, le due persone attraverso le quali lui ha incontrato Cristo, le due persone autorevoli per la sua vita: la memoria permea, in questo caso, il presente, lo rende vitale, possibilità di agire per il proprio bene con uno sguardo fisso non verso il proprio limite, ma teso ad altro da noi, a chi guarda l’Ideale.

Nella Divina commedia addirittura solo attraverso la memoria dell’esperienza accaduta all’autore di «transumanar», cioè di andare oltre la natura umana, di diventare un uomo nuovo attraverso un percorso di inabissamento nel proprio male e nel male dell’umanità e di purificazione graduale fino all’incontro con Dio (un vero e proprio itinerarium mentis in deum che avviene mediante incontri ben precisi, Virgilio, Beatrice, S. Lucia, la Vergine Maria)  è possibile per Dante adempiere al proprio compito della vita. Esso consiste nel diffondere la verità che ha visto e che ha sperimentato così da «condurre gli uomini, finché sono in vita, dalla condizione di infelicità dovuta al peccato allo stato di felicità» (Epistola  indirizzata a Cangrande della Scala): il fine della memoria di quanto accaduto e della trascrizione in poesia è quello di conseguire il centuplo quaggiù, e poi la beatitudine per l’eternità, cioè la salvezza.

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