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Perché è importante quello che leggiamo? Perché «siamo quello che amiamo», come scriveva sant’Agostino

gennaio 14, 2013 Giovanni Fighera

 Oggi si legge sempre meno. Inutile è fornire le statistiche che collocano l’Italia tra i Paesi europei dove si legge meno. Spesso, nello sconforto che si diffonde dai dati pubblicati sulla lettura o sul disastro dell’editoria si afferma la convinzione che l’importante sia leggere, non importa cosa. La scuola non è immune a questa tendenza, anzi talvolta è la più vivace promotrice dell’imperativo categorico: «Leggete, leggete! Non importa cosa. L’importante è leggere!». Lunghe liste di libri, eterogenei per qualità e pregio letterario, tra cui scegliere in modo da esercitare la propria libertà. Sembra che l’importante sia che il ragazzo impari ad esercitare la propria libertà completamente svincolata dai valori, morali o artistici.  Una libertà eslege, senza verità e senza valori.  Tanti sono i motti che da più parti si sentono per scacciare l’analfabetismo dei ragazzi o degli adulti.

Da parte mia, io sono fermamente convinto che non sia importante leggere libri, vedere film, frequentare persone, ma che l’importante sia cosa si legga, che film si vedano, che persone si frequentino. Sono convinto che l’esercizio della vera libertà vada educato. Esiste un’educazione alla libertà. L’educazione alla lettura a scuola passa attraverso un accompagnamento dell’insegnante a leggere, a valorizzare ed apprezzare il pregio letterario e artistico, a distinguere ciò che vale da ciò che non vale. Il Libro del mese assegnato come lettura e Il Caffè letterario in cui si discute in classe del libro assegnato e introdotto il mese precedente dall’insegnante sono una modalità per imparare ad apprezzare i libri, classici e non, anche quei testi che probabilmente la maggior parte dei ragazzi non leggerebbero, perché magari non sono mai stati accompagnati ad apprezzare e valorizzare la bellezza, ma sono stati spesso abituati a non far fatica, a pensare che l’impressione immediata e impulsiva sia un giudizio di valore.

Lo stesso verbo latino legere significa raccogliere, scegliere, eleggere. Il verbo ha in sé il valore di selezionare, amare, prendere qualcosa in mezzo ad altro. La lettura inizia, quindi, nella scelta che avviene tra i banchi di scuola o nelle librerie.

Non tutto ciò che leggiamo forma ed educa, cioè non tutti i libri aiutano a crescere. Alcuni romanzi possono essere profondamente diseducativi. Chiunque vada nella maggior parte delle librerie oggi si accorgerà come esse si sono trasformate negli ultimi anni. Il libro è oggi non più segno di cultura, ma oggetto di consumo, direi di consumo di massa. Si è verificato quanto Leopardi profetizzava nello Zibaldone due secoli fa quando affermava che nel futuro ci sarebbe stata una letteratura colta per pochi e un’altra produzione di consumo per tutti, che non si può considerare arte. Ecco qualche esempio.

Il 2012 ha visto lo spopolare dei romanzi delle sfumature in grigio, romanzi erotici che indulgono alla rappresentazione disinibita dell’eros e della sessualità e che hanno venduto più di trenta milioni di copie in tutto il mondo. In Italia il Premio Strega, il più popolare premio letterario del Paese, nel 2012 è stato assegnato ad un romanzo che indulge in tante pagine e in tanti episodi alla descrizione esplicita del sesso, Gli inseparabili di Alessandro Piperno. Se è vero come è vero che il romanzo è specchio dei propri tempi, senz’altro Inseparabili testimonia la crisi e la nevrosi dell’uomo contemporaneo, il tanto spazio concesso alla psicologia e alla sessualità. Ma è anche vero che la grande arte sa rendere conto non solo della mediocrità e della bassezza dell’uomo, ma anche dell’ideale e dei valori a cui la persona aspira. Qui, invece, questo non accade. L’aspirazione all’amore, al bello, al vero, al buono, al giusto è un tratto del tutto assente. Invece, la normalità a cui si adeguano i personaggi del libro è fatta di tradimenti, di invidie, di menzogne, di abnorme e disinibita presenza del sesso, fatto con chiunque e in ogni modo. Personalmente, sono stanco di vedere rappresentata nei romanzi di oggi questa realtà come se fosse l’unica possibilità a cui l’uomo possa guardare. Non è una questione di moralismo, ma di decenza, di buon gusto, di bellezza che sono deturpati dall’oscenità sbandierata e compiaciuta.

Se andassimo, poi, a vedere le classifiche dei romanzi più letti del 2010 e del 2011, scopriremmo che Fabio Volo ha occupato per tanto tempo il primo posto con Le ultime luci dell’alba. Quando uno scrittore vende così tanto senz’altro solletica alcune corde dell’uomo? Ma quali? Quale io intercetta Fabio Volo? Lo scrittore parla di un uomo ridotto a piacere e soddisfazione del piacere: il piacere deve diventare diritto, mentre il destino, il bene, il giusto non esistono. L’uomo non è fatto per un’esperienza di bellezza, di verità, di giustizia, di bontà, ma per liberarsi delle costrizioni, delle convinzioni, delle certezze con cui è cresciuto. L’esperienza di libertà è un processo di autonomia, ma non alla scoperta della propria interiorità, delle proprie domande di senso e di significato. C’è l’esaltazione della istintività pura, della libido, dell’irrazionale, della ribellione e della fuga dalla realtà. La protagonista, che racconta la sua vita, ad un certo punto esclama una frase che può essere emblema del romanzo: «Ho imparato che nel mio piacere c’è la mia libertà». La scoperta del proprio io coincide con l’esplorazione delle proprie possibilità di piacere, e aggiungiamo qui sessuale, che lei può vivere e scoprire dopo tanti anni, dopo che il tempo trascorso in compagnia del marito l’ha demoralizzata, svilita, deprivata della sua vitalità e del suo entusiasmo. Molte pagine sono dedicate alla descrizione degli atti sessuali.

Quando ho espresso in articoli precedenti il mio giudizio su questo tipo di letteratura, ho sentito il plauso di molti che concordavano, ma anche la reazione di altri che sostenevano che si può credere in valori e leggere libri di questo tipo. Ci mancherebbe, ognuno ha la libertà di leggere quello che vuole, di vedere i film che vuole. Io penso, tuttavia, che l’uomo sia uno e tutto contribuisca a formare la persona, i film visti, i libri letti, la musica ascoltata, ecc. È vero, si può leggere per diletto e si legge per diletto. Ma ricordiamoci anche che quest’espressione («per diletto») è la stessa che ha utilizzato Dante nel canto V dell’Inferno quando chiama al banco degli imputati la letteratura e, quindi, gli scrittori. Quando Francesca risponde alla domanda «A che e come concedette amore che voi conosceste i dubbiosi disiri», dice: «Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse;/soli eravamo e sanza alcun sospetto./[…] ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso/esser basciato da cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse». La storia di Lancillotto e Ginevra era di ben altra delicatezza e dai toni ben più cortesi e galanti. Eppure, Dante riconosce che una storia raccontata può avere un peso determinante nelle vicende di chi legge.

Lo scrittore ha una responsabilità incredibile. Dico sempre ai miei studenti e ai loro genitori: «Di solito a scuola si spronano i ragazzi a leggere, a vedere film, a frequentare coetanei (socializzare). Invece, dovete pensare a cosa leggete, a cosa vedete, a chi frequentate. Lettura, amicizie, film e programmi TV ci formano ed educano».

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