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Perché, anche se piove, Norma può dire: che bella giornata?

settembre 30, 2012 Aldo Trento

Vivere intensamente il reale è la sfida che don Julián Carrón ci ha rilanciato alcuni mesi fa. Una sfida che non è solo per coloro che appartengono al movimento di Comunione e Liberazione, ma per qualunque essere umano veramente impegnato con la sua umanità, con la sua ragione, con il suo cuore. In questi mesi, ogni persona che vive con noi, lavorando nelle diverse opere di carità, è stata provocata tutti i giorni a non lasciare nulla nella periferia della realtà, ad andare a fondo di tutto. Questo per scoprire come soltanto la fede risponda e corrisponda in modo integrale a ciò che il cuore desidera e cerca.

Questo lavoro personale e comunitario ha permesso di verificare che l’avvenimento di Cristo trasforma tutto in ragionevole e vero. Molte persone imparano un modo nuovo di lavorare: non più per un dovere o per una questione economica, ma perché il lavoro è la continuità dell’opera creatrice di Dio. Un modo profondamente umano di vivere i rapporti uomo e donna. In Paraguay la poligamia è una modalità, un “modus vivendi”. Parlare di matrimonio è come parlare di carcere. Nonostante questo, più di una persona ha deciso di terminare il suo concubinato o la sua vita disordinata, chiedendo il matrimonio cristiano. L’ordine, la bellezza, la pulizia, tanto nella vita personale come in quella comunitaria, non fanno parte della cultura che respirano. Le persone che stanno con noi possono vedere continuamente che il bello, in tutti i particolari, conviene non solo alle nostre opere, che sono diventate più belle e più ordinate, ma anche alle loro case e alla loro vita. Questi sono alcuni messaggi che mi sono arrivati nell’ultimo periodo:

«Padre, grazie alla formazione che ci offrono qui, alla bellezza che tutte le opere ci testimoniano, la mia casa ha cambiato look: ora la mia camera da letto è bella ordinata, il letto non più una “cuccia” per cani, ma un luogo di riposo pulito, con le pareti tutte ben pitturate». «Padre, perfino l’uso del denaro è cambiato: ora ho un quaderno in cui segno le entrate e le uscite. Inoltre sto comprando un terreno, perché voglio costruirmi una casa». «Padre, ho un fidanzato, ma vorrei che lei ci seguisse, che ci accompagnasse, perché non voglio, come i miei genitori e parenti, convivere o cambiare facilmente uomo. Non voglio che i miei figli siano di padri diversi. Voglio sposarmi e vivere con mio marito». «Padre, sono riconoscente per la catechesi settimanale perché mi aiuta a prendere sul serio la realtà. Io e le persone con cui abito abbiamo cambiato il nostro modo di vivere. Così mi piace la vita».

La grazia della malattia
Ciò che vale per quelli che lavorano, vale anche per i pazienti terminali che sono la testimonianza quotidiana di una novità della vita. Per loro la malattia smette di essere una maledizione e diventa una grazia che cambia la prospettiva della vita, che dà senso alla sofferenza e alla morte. Le testimonianze di questi giorni sono molto eloquenti. Le prime due raccontano di due pazienti della Clinica: Hortencio, un paziente malato di aids e Andrea, una bellissima ragazza di 17 anni morta di cancro alcune settimane fa. La terza testimonianza è di Norma, una signora malata di cancro che ci contagia tutti con la sua allegria.

Scrive sorella Sonia, la consacrata che vive 24 ore al giorno nella Clinica: «Hortencio, nato nella città di Concepción, ha una storia molto dolorosa. A 12 anni ha deciso di venire ad Asunción per cercare lavoro e guadagnarsi da vivere. Passava ore per strada vendendo diari, sotto il sole e la pioggia, fino a che, dopo anni, si è trovato in una situazione inaspettata. A seguito di relazioni con travestiti, si è ammalato di Aids. Tempo dopo ha vissuto un altro momento drammatico: una notte, molto ubriaco, è stato investito da un’auto che l’ha lasciato paraplegico. Dopo essere andato in molti ospedali è arrivato nella nostra Clinica, dove dice di sentirsi abbracciato, amato, dove non gli rimproverano il suo passato né lo emarginano per la sua malattia. Hortencio è un figlio che sta facendo un cammino lento, ma bello, di conversione. Quando è arrivato, ha chiesto di confessarsi con cuore sincero e aperto. Vuole tornare a camminare, a lavorare, ma con un altro sguardo, vuole perdonare, ma con certezza, vuole vivere, ma con un grande motivo che lo muova e lo sostenga. Rendo grazie a Dio per la sua presenza nella mia vita, lui è qui per me, perché nel suo volto sofferente per la crudezza della vita, contempli Cristo, mendicante del mio amore».

Il lamento di Andrea
Uno dei giovani volontari dei “sabati sera”, scrive di Andrea: «Le parole di Andrea, una ragazza di soli 17 anni, quando era appena arrivata alla Clinica ci hanno sempre colpito. Noi giovani che eravamo lì, il giorno del suo arrivo, siamo rimasti sorpresi per come accettava le metastasi che la facevano soffrire, uno dei dolori più insopportabili che l’uomo possa sentire nel suo corpo. Ma lei era lì per concederci un sorriso, un saluto, uno sguardo. Un mercoledì sera è cominciata la sua agonia. Cosciente del fatto che fosse la sua ora, ha ceduto alle spine del dolore, “lamentandosi” per la prima volta, dicendo a sua mamma, che ha vegliato su di lei durante il suo calvario e la sua croce: “Non mi sento bene”. Solamente un semplice “Non mi sento bene”. Anche se dopo aggiungeva: “Perdonami perché per colpa mia hai perso il lavoro e per questo siamo poveri, prenditi cura di mia sorella”. Che santità, una giovane in un’età tanto innocente, che di fronte al dolore non ha fatto nient’altro che accettarlo e offrirlo. Chi può sostenerci nel dolore se non un Altro più grande che ha già vinto la morte? Fuori da questa logica e da questa evidenza, il dolore di Andrea e l’accoglienza fraterna che lei ha dato alla sofferenza sarebbero inconcepibili.

Ciò che desidero io, testimone di questi fatti, della sua vita e della notizia della sua morte, è che aumenti la mia fede e che faccia di me ogni giorno di più una persona capace di dire di sì a Cristo, in qualsiasi circostanza, e non permetta che anneghi più in un bicchiere d’acqua, come tante volte ci succede con piccolezze. Andrea ha offerto la sua vita a Dio un sabato, per godere della gioia eterna la domenica, giorno del Signore, giorno dell’affermazione della vita sopra la morte. Spero che la sua vita e quella di tanti pazienti sia sempre un esempio e uno stimolo per tutti».

«Guarda che bella giornata»
Per ultima, Norma, una donna con una grande forza, madre di nove figli. Commuove vederla sorridere con la semplicità di una bambina, totalmente affidata alla volontà di Dio. Lei racconta che quando ha scoperto la sua malattia si è sentita talmente male che passava il giorno piangendo in compagnia della sua famiglia, e con il passare del tempo, non ha più avuto possibilità economiche per proseguire il trattamento indicatole. Un giorno ha incontrato una dottoressa che le ha promesso di trasferirla dove avrebbe potuto continuare le cure. Lo stesso giorno l’hanno portata alla Clinica della Divina Provvidenza: «Mi hanno ricevuto con molta allegria, sono stata molto felice perché tutti mi dimostravano affetto e amore. La cosa che più mi ha impressionato è che da quando sono arrivata alla Clinica sono un’altra persona. Dio e la Madonna mi hanno cambiata, la mia relazione con Dio è cominciata a essere un’altra, non sono più come ero prima. Prima mi dava fastidio tutto, adesso sono molto più tranquilla, vivendo la quotidianità con intensità, occupandomi di cose manuali. Percepisco che non posso più vivere senza pregare, se non lo faccio rimango con l’impressione che mi manchi qualcosa, che grazie a Dio adesso so cos’è: stare con Lui, perché quando prego sento di avere tutto ciò di cui ho bisogno per vivere». È bello vederla allegra, cantare e ballare con i volontari. Un altro momento indimenticabile per lei è stato il giorno del suo compleanno: «Il mio compleanno è stato meraviglioso, mi avete festeggiata e non lo dimenticherò mai. Non ho mai festeggiato così in vita mia e il mio sogno era poterlo fare qui, nella Clinica. Il mio sogno è diventato realtà». Norma è un regalo per tutti, ci risveglia sempre, richiamandoci a vivere l’istante presente come segno del Mistero, come oggi, che all’alba era nuvoloso e con una lieve pioggerellina, e lei appena l’ho incontrata ha esclamato con gioia: «Guarda che bella giornata!». Perché lei è capace di vedere la bellezza anche in una giornata così? Semplicemente perché il suo sguardo è fisso verso il Mistero che le permette di riconoscere che tutta la realtà è positiva.
paldo.trento@gmail.com

11/2012

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