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Per imparare a leggere e a scrivere dovremmo sostituire Manzoni con Fabio Volo?

gennaio 7, 2014 Giovanni Fighera

Oggi è proprio l’epoca della moda o, forse, è meglio dire delle mode. Anche la pedagogia ne è stata invasa. Sembra che ogni due lustri debba mutare il metodo di insegnamento ovvero la strada che l’insegnante utilizza perché l’alunno possa essere catturato dalla disciplina e possa apprendere. Siamo davvero convinti che la pedagogia muti con il mutare delle circostanze storiche con tempi così rapidi? Attenzione, non intendo certo negare l’utilità di strumenti informatici, di new media o di tutti quegli strumenti che la tecnica offre, in sempre maggiore abbondanza. Sto parlando della sostanza della pedagogia, del rapporto tra insegnante e alunno, dei fondamenti che permettono l’apprendimento e la crescita. Siamo davvero convinti che mutino nel tempo? L’uomo cambia nel tempo nella sua dinamica di apprendimento? Si fa un gran parlare oggi di aspetti del mondo scolastico che non sono il fondamento dell’apprendimento. L’uso del tablet, del digitale, della strumentazione informatica vengono proposti come panacea alla situazione di disamore allo studio e alla crisi sempre più ampia che pervade il mondo dei giovani tanto che una norma contenuta nel decreto (varato a marzo del 2013) voluto dall’ex ministro dell’Istruzione Francesco Profumo prevedeva di mandare in soffitta i libri cartacei dall’anno scolastico 2014-2015. Dopo la reazione degli editori, a metà luglio dell’anno scorso, la ministra dell’Istruzione Carrozza ha comunicato loro che il Ministero avrebbe fermato tutto: «L’accelerazione impressa all’introduzione dei libri digitali è stata eccessiva, voglio prendere in mano la questione ed esaminarla a fondo».

Forse con le nuove tecnologie i ragazzi saranno più attirati verso la studio e la lettura? Qualcuno conosce per caso quali potrebbero essere le conseguenze dell’abolizione totale del libro cartaceo sulla psiche, sull’apprendimento e sulla crescita culturale dello studente? Perché l’introduzione del digitale, dei tablet, del computer dovrebbe rimpiazzare completamente e in maniera così rapida libri e quaderni?

Ecco che allora avanza la scuola delle competenze e del digitale. Una scuola finalmente all’avanguardia, al passo coi tempi e soprattutto e con l’Europa. Non pochi sono gli interrogativi che mi sorgono di fronte a questi cambiamenti. Molte sono le perplessità, che mi limito ora solo ad accennare. L’attenzione sull’acquisizione delle competenze, richiesta dall’Unione europea, rischia di mettere in secondo piano l’aspetto culturale a vantaggio della competenza stessa. Sappiamo bene che le competenze non possono essere distinte dalla cultura. Per usare le espressioni che vanno di moda oggi conoscenze, abilità e competenze sono in realtà strettamente collegate e non possono essere valutate in maniera completamente autonoma tra loro. Possiamo pensare, forse, che qualsiasi mezzo sia utile al fine di acquisire alcune competenze? Ad esempio, nel caso di quelle linguistiche, possiamo pensare che si possano acquisire in egual misura leggendo Moccia o Dante? Se gli esperti ci dicessero che è sufficiente la lettura di qualsiasi romanzo per imparare a leggere e a scrivere in maniera efficace potremmo sostituire i Promessi sposi con Fabio Volo?

Alcuni scrittori pensano che la barca della scuola sta andando a picco e che ormai non si possa più far nulla. Di fronte alla crisi presentano prospettive differenti. Ne addurrò qui soltanto alcune. Una di queste compare nel pregevole Togliamo il disturbo della scrittrice e insegnante Paola Mastrocola. Dell’opera condivido in parte il giudizio e l’analisi, ma mi sembra che manchi qualcosa nella visione complessiva. L’analisi, infatti, non è mai la completezza della prospettiva se è deprivata della speranza.

Altri propongono cambiamenti rivoluzionari, magari affascinanti, come, ad esempio, una letteratura che venga proposta a pochi e che venga studiata soltanto da quanti dimostrino spiccato interesse per essa. Tutti i ragazzi dovrebbero seguire le lezioni di letteratura nelle prime settimane di scuola. Dopo di che gli alunni dovrebbero scegliere se continuare a seguire le lezioni oppure no. Se la scuola dovesse essere basata su questi criteri elitari, mi chiedo io, che ne sarebbe del rischio e della scommessa educativi, senza i quali non è possibile mettere in gioco davvero la libertà? Il fattore tempo è decisivo in una vera esperienza educativa. L’attività dell’insegnante non coincide con quella dell’attore e dell’istrione che effettua una performance solo davanti ad interessati, ma scommette su tutti, nel tempo e nella convinzioni che esistano tempi diversi.

Altri confidano nell’utilizzo di strumentazioni tecnologiche che possano trasmettere in maniera più avvincente e far apparire più moderni i contenuti di una disciplina. Forse, fa comodo pensare in questo modo e attendersi dalla tecnologia e da facilitatori di apprendimento il risveglio che tocca in primo luogo a noi. Si tratta del risveglio dell’io e dell’umano. L’io e l’umano rimangono nel tempo immutati. Nel contempo, anche i fondamenti del rapporto educativo tra maestro e discepolo rimangono gli stessi.

Ecco come duemila anni fa Quintiliano descriveva i doveri del maestro nei confronti degli alunni: «Nei confronti dei suoi discepoli, il docente, anzitutto, assuma i sentimenti di un padre, e sia convinto di prendere il posto di quanti gli affidano i figli. Egli non abbia vizi e non li ammetta negli altri. La sua serietà non diventi cupa e la sua affabilità non sia sguaiata, affinché, a causa della prima, non gli venga antipatia e, a causa della seconda, scarso rispetto. Parli spesso di ciò che è onesto e di ciò che è bene: infatti, quanto più spesso ammonirà, tanto più raramente punirà. Si adiri il meno possibile, ma non finga di non vedere i difetti da correggere, sia semplice nelle spiegazioni, resistente alla fatica, assiduo ma non eccessivo. Risponda volentieri a chi gli fa domande, di sua iniziativa interroghi chi non gliene pone. Nel lodare le esercitazioni degli allievi non sia né troppo stretto né troppo largo, poiché il primo atteggiamento rende noioso lo studio, il secondo genera eccessiva sicurezza. Quando corregge gli errori non si mostri aspro e offenda il meno possibile, perché il fatto che alcuni biasimino i ragazzi quasi come se provassero astio verso di loro ne allontana molti dal proposito di studiare».

Credo che nel mondo della scuola tutti gli insegnanti dovrebbero riflettere e meditare su queste considerazioni che Quintiliano solleva a partire dalla sua quotidiana esperienza dell’insegnamento. Quante volte, oggi come un tempo, una materia non viene comunicata agli alunni perché manca una posizione corretta da parte dell’adulto di porsi di fronte al ragazzo. Ogni docente si porrà di fronte alla classe con la sua personalità, le sue qualità, tutto il suo essere. Andrà salvaguardata la libertà dell’insegnamento che non significa totale arbitrarietà dell’insegnante nel porsi di fronte ai ragazzi. Vanno coniugate professionalità e umanità. Entrambi i fattori si devono compendiare, l’uno non ha efficacia piena senza l’altro. L’insegnante dovrà essere in grado di mantenere la disciplina, che non è il fine dell’educazione, ma requisito fondamentale e imprescindibile, punto di partenza perché possa instaurarsi un rapporto educativo. La mancanza di disciplina è uno dei problemi fondamentali nelle scuole di oggi. La disciplina non è una formalità, ma è una forma sostanziale, è il riconoscimento che vi è di fronte ai ragazzi una presenza autorevole che può comunicare qualcosa di importante. Il silenzio è, quindi, il riconoscimento che si è in una posizione di ricezione e di ascolto, non passivo.

Un rapporto educativo è sempre anche biunivoco e necessita della partecipazione della componente adulta e giovanile. Quintiliano non tralascia, quindi, i doveri degli alunni: «Dopo aver parlato tanto dei doveri dei maestri, voglio dire ai discepoli soltanto questo, di amare i maestri  non meno dei loro studi e di ritenerli genitori non dei corpi ma delle menti. Questo rispetto gioverà molto allo studio, perché, così, li ascolteranno volentieri e crederanno alle loro parole e desidereranno essere simili a loro; allora, lieti e contenti si recheranno a scuola; se verranno ripresi, non si adireranno, se, invece, saranno lodati, proveranno piacere e si adopereranno perché siano molto amati. Infatti, come dovere del maestro è insegnare, così dovere dei discepoli è mostrarsi docili; del resto, nessuna cosa è sufficiente senza l’altra».

Le parole di Quintiliano potrebbero sembrare scontate e ovvie, ma sono in realtà il fondamento dell’educazione. Nella pratica quotidiana ci si rende conto che la componente dell’affettività, di cui parla il grande retore latino, non viene mai messo a tema nella scuola. Sempre più l’insegnante è trattato e definito come un facilitatore di conoscenze, a breve come un certificatore di competenze. Ma come si può affrontare la questione dell’insegnamento se non si affronta quella dell’educazione? E come si può discutere di educazione se non si discute di cosa sia l’uomo? In realtà da questo confronto su cosa sia l’uomo si rifugge, certa come è la maggior parte delle persone che non vi siano una visione unica e una verità e che, quindi, ognuno debba tenersi la sua opinione. In questo clima di relativismo imperante si pretendono, però, la collegialità e le scelte condivise. È un paradosso, perché vera democrazia e relativismo non possono convivere. Non può esistere, infatti, una condivisione di intenti senza la convinzione che vadano cercate la verità e il senso.

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