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Quell’attimo di fraterna condivisione mentre passa il Giro d’Italia

giugno 3, 2015 Annalisa Teggi

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Pubblichiamo la rubrica di Annalisa Teggi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Domani si incontrerà la Strada, la grande nemica, lunga e diritta a perdifiato che finisce in niente all’orizzonte o tortuosa ed erta come rupe che leva il fiato alla sola vista: lo sterminato nastro che bisognerà inghiottire a poco a poco. […] Domani ci sarà il sudore, i crampi, le ginocchia che dolgono, il cuore che viene in gola, l’imbastitura, la sete, le maledizioni, le forature, il tracollo dell’animo e del corpo, quel senso di amaro in bocca quando gli altri, i bravi, fuggono via, sparendo in un turbine di evviva». Così scrisse Dino Buzzati, la sera prima di cominciare a seguire il Giro d’Italia da giornalista.

E anch’io non ho resistito a dare un’occhiata alla carovana ciclistica che è transitata proprio a 100 metri da casa mia. Ignara di qualsiasi rudimento ciclistico, mi avvio a piedi con mio figlio ad assistere al passaggio delle due ruote. Il cielo si rannuvola non appena usciamo di casa, ci sistemiamo muniti di ombrello in una zona tutta transennata di rosa. A dire il vero siamo seduti su un fosso, ma ci sentiamo in posizione privilegiata: i ciclisti arriveranno velocissimi da un lungo rettilineo e, proprio lì dove siamo noi, dovranno fare una brusca curva a gomito per cominciare l’ultima parte in salita.

Arriva altra gente, quel tanto che basta per sentirsi compagnia e non folla; comincia a scendere qualche goccia. Ascolto i più esperti discutere del fatto capitato il giorno prima a Richie Porte: a 7 chilometri dall’arrivo ha forato e il suo amico e connazionale Simon Clarke, appartenente a un’altra squadra, gli «ha regalato» la sua ruota anteriore per farlo ripartire in fretta; gesto meraviglioso, ma vietato dal regolamento e quindi costato a entrambi una penalizzazione. Segno che talvolta si può andar fieri pure dei rimproveri ufficiali, perché – come ha dichiarato Clarke – in certe situazioni reagisci d’istinto (quello buono), senza pensare alle regole.

La pioggia si fa più fitta. Una signora si lamenta di essere uscita di casa in sandali e poi pensa ai ciclisti; guardando la curva a gomito tutta bagnata, si rivolge agli uomini del servizio d’ordine: «Non sarebbe il caso di mettere un po’ di segatura? Quei poveretti cascano tutti qui!». Silenzio incurante da parte degli addetti alla gara. Lei insiste: «Ne ho un sacco a casa, di segatura. Ci metto niente a portarla!». Nessuno le bada. Un altoparlante annuncia l’arrivo imminente della testa della corsa. Le motociclette lampeggianti della polizia ci passano davanti, seguono altre auto e tante moto con a bordo fotografi intabarrati. Un elicottero vola basso con un rumore assordante. Insomma, ci siamo. Eccoli.

Un vecchio si palesa in mezzo alla pista con la sua bicicletta, nessuno sa da dove sia saltato fuori. Un poliziotto lo manda via senza tanti convenevoli, lui sorride tranquillo. Eccoli davvero, ora. Cerchiamo di vedere la maglia rosa, dico a mio figlio. Niente. Nonostante la pioggia, le bici filano via lisce. Nessuno cade. Una saetta colorata di azzurro, di arancio, di nero, di rosso. Fuggono via, noi lì sul fosso diciamo: «Bravi, bravi!».

In un lampo tutto è passato. Succede sempre così, quando assisti a un evento, non ci capisci niente. La comprensione viene sempre dopo, lì sul momento c’è solo il tempo per una inebriante, incasinata ma anche fraterna condivisione.

Foto Ansa


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1 Commenti

  1. Un'artista e creativa (assolutamente non abortista) scrive:

    bell’articolo, e grazie per non esservela presa con me per le mie “sclerate” di qualche giorno fa.

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