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Obama e la restaurazione del concetto di autorità

maggio 10, 2011 Rodolfo Casadei

Non sono mai stato tenero con Obama per il modo dimesso e subalterno in cui ha affrontato i temi di politica estera durante questi primi quasi tre anni del suo mandato, ma la maniera in cui sta gestendo la comunicazione in questa prima settimana dopo l’uccisione di Osama Bin Laden a seguito di un blitz americano mi strappa il più imprevisto e convinto degli applausi. C’è chi ha parlato addirittura di catastrofe della comunicazione per i dettagli rilasciati col contagocce, l’evasività dei portavoce, le informazioni apparentemente poco credibili e la generale mancanza di chiarezza, che avrebbero gettato le basi di mille dietrologie a venire, di mille teorie del complotto. Balle.

I teorici del complotto non hanno bisogno di vaghezze nella comunicazione ufficiale per scatenarsi: basta vedere la profluvie di scemenze di cui ci hanno inondato sui fatti dell’11 settembre 2001, che pure si sono svolti praticamente sotto gli occhi di tutti. Per i complottisti la realtà è sempre e solo un pretesto per imporci la loro visione cospiratoria della storia, un tassello colorato che serve ad arricchire un discorso che è sempre lo stesso. Invece Obama col suo black-out informativo, con le foto e le immagini negate del cadavere del nemico, con la riproposizione pura e semplice del segreto di Stato, ha compiuto un atto di una portata incalcolabile: ha reintrodotto il divieto e le gerarchie nella cultura politica contemporanea, e di conseguenza ha gettato le basi per una rivoluzione dei costumi, per un’autentica restaurazione del concetto di autorità, messo alle corde da secoli di pensiero moderno e decenni di post-modernità.

Ricordate la parola d’ordine del Sessantotto? “E’ vietato vietare”. Tutta la vita sociale, l’azione politica e la cultura contemporanea successive si sono modellate su quell’ingiunzione. Che comportava la morte dell’autorità, del padre, di Dio (il Decalogo contiene soprattutto divieti). Ebbene, il Sessantotto in Occidente è finito il giorno dopo l’uccisione di Osama Bin Laden. Aveva toccato il suo zenit con Wikileaks, la traduzione pratica del concetto che al mondo non devono esistere segreti, che tutti devono sapere tutto, che la massima trasparenza è in sé un valore.

L’eliminazione di Osama e la gestione della comunicazione nei giorni successivi sono la confutazione massima della filosofia di Wikileaks: i segreti sono necessari e indispensabili per ottenere successi politici e poi per gestirli; nel mondo coesisteranno sempre un’élite ristretta di responsabili che sanno come sono andate le cose e una massa di persone comuni che non devono conoscere tutta la verità, per il bene stesso della società di cui sono parte; il principio d’autorità è vitale per il bene comune e non deve essere intaccato nemmeno dallo spirito democratico, che se fosse compiaciuto alla lettera condurrebbe all’autodistruzione della democrazia.

Questo balzo culturale e antropologico all’indietro è stato reso possibile dal successo dell’operazione militare contro Osama: quando tutela effettivamente il bene comune, l’autorità ritorna a essere autorevole e può far valere le prerogative della sua natura, senza sollevare troppe contestazioni. Ci sono critiche alle scelte mediatiche di riservatezza dell’amministrazione Obama, ma non ci sono sollevazioni popolari, manifestazioni di piazza o cose del genere per costringere il potere politico a un’integralistica trasparenza totale.

Triste contrasto alla virtuosa opacità dell’operazione Osama, è il voyeurismo mediatico italico attorno all’omicidio di Melania Rea: in questo fine settimana abbiamo appreso dalle tivù nazionali tutti i dettagli dell’adulterio del di lei marito con una soldatessa. Così Melania è stata uccisa una seconda volta, e noi tutti siamo stati costretti dai media italiani a impugnare il pugnale e farci sicari: Osama, almeno, è stato ucciso una volta sola.

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