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Non sono venuto qui per fare la missione ma per non perdere la persona amata

settembre 29, 2017 Aldo Trento

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Se le circostanze sono il modo attraverso cui il Mistero ci parla… che fare? Mettere fine a questa relazione che mi causa sofferenza, ma che è anche motivo di vita piena e possibilità di percorrere il cammino iniziato? Dovrei rimanere nella fatica e vedere dove mi conduce? Chissà quante lettere come la mia avrà ricevuto… In verità, desideriamo solo che qualcuno ci ascolti e ci abbracci così come siamo, poveri, incapaci e sofferenti. [Lettera firmata]

Cara amica, ti ringrazio per la lunga lettera in cui mi hai esposto la situazione affettiva che stai vivendo, e rispettando la tua richiesta pubblico solo le ultime righe, che mi sembrano le più decisive. Per rispondere a te e alle lettere che mi arrivano sul tema affettivo – il più importante nella nostra vita – non posso non partire da ciò che è accaduto a me. La tua ultima affermazione è la più importante perché non esiste persona, qualunque sia la sua condizione, che non desideri sentirsi amata, abbracciata, accolta, ascoltata. Già san Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis scriveva che l’uomo senza amore è un essere incomprensibile. Tuttavia siamo circondati da un gran numero di ciarlatani, siano preti o laici, abituati a ripetere quello che dice il Vangelo, la legge dell’amore, dell’abbraccio, ma sordi a quanti hanno bisogno di incontrare qualcuno che sappia ascoltare.

Sono passati trent’anni da quando mi è accaduto quello che vivi tu. È stato qualcosa di grande, bello e doloroso, perché quasi subito dopo sono caduto in una terribile depressione, che mi ha accompagnato per molti anni. In quella condizione la prima cosa che feci fu cercare, come hai fatto tu cara amica, qualcuno che mi ascoltasse, che mi aiutasse a capire, a vivere quello che mi stava accadendo. Andai da don Giussani non perché non ci fossero altri amici più vicini con cui confidarmi, ma perché percepivo che solo lui mi avrebbe capito, essendo un uomo autentico. In tutti gli altri sentivo un certo moralismo quando ripetevano a memoria quello che il fondatore di Cl ci diceva con la parola fatta carne nella sua grande umanità.

Era il 25 marzo 1989, giorno dell’Annunciazione, quando mi ricevette. Io stavo emotivamente molto male, e ricordo che dopo avergli esposto quello che accadeva, gli feci le tue stesse domande. Il servo di Dio mi rispose: «Che bello! Adesso finalmente diventerai un uomo!». Rimasi sorpreso perché gli amici, preti o laici, mi avrebbero detto: «Taglia». Lui mi aiutò a capire che nella vita non si deve far fuori nulla; tutto quello che accade infatti è la modalità attraverso cui si manifesta il progetto di Dio su ognuno di noi. Il problema non è tagliare o castrare, ma andare a fondo di ciò che il Mistero chiede alla nostra libertà, altrimenti, come diceva un altro grande sacerdote, don Francesco Ricci, a un amico prete ormai morto, «potrai andare al Polo Sud e perderai la testa per una pinguina».

«Quello che stai vivendo è una grazia, una grande fonte di fecondità! Per questo ora mi sento sicuro di te e ti mando in Paraguay!». Alcuni mesi dopo, anche se emotivamente ero lacerato, don Giussani mi accompagnò all’aeroporto di Linate, da dove partii per il Paraguay. La prova più difficile che Dio ha posto nel mio cammino. Obbedii solo perché avevo la certezza che l’uomo che me lo chiedeva amava la mia persona, e sperimentavo una grande corrispondenza tra il suo modo di guardare l’umano e il mio cuore.

La promessa si è compiuta
Sono passati 28 anni. La promessa di don Giussani non solo si è compiuta e la mia vita è diventata una grande fonte di fecondità. Non avrei mai immaginato quello che il Mistero avrebbe fatto di questo povero nevrotico. Alcuni giorni fa, lo dico umilmente, il presidente della Repubblica mi ha inviato un sms: «Padre, sei un dono per tutto il paese». Il frutto più bello di tutta questa fedeltà a don Giussani è stata la visita di papa Francesco alla nostra clinica. Tutte le opere di carità che formano questo villaggio per poveri, malati terminali, ragazze violentate, anziani abbandonati, non esisterebbero senza quel fatto affettivo che ha cambiato la mia vita.

Non sono venuto in Paraguay per essere un missionario, ma per non perdere la persona che amavo. Torno a ripeterlo, soprattutto in questo tempo in cui alcuni vogliono appropriarsi di questa opera leggendo in maniera distorta quello che la Divina Provvidenza ha fatto qui, servendosi di un uomo che per non perdere la persona amata ha accettato la sfida che il fondatore di Cl ha lanciato alla sua libertà.

Quindi, cara amica e amici che vi trovate nella stessa situazione, non si tratta di troncare nulla, ma occorre andare al cuore di quello che siamo, di ciò che proviamo e viviamo, passando inevitabilmente per le forche caudine. È l’unica via per trovare il centuplo in terra evitando di cadere nel borghesismo clericale di chi dice di amare Dio perché non ama nessuno.

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