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No, “Lucifero” non lo potete chiamare (e nemmeno “BOČ rVF 260602″)

gennaio 2, 2017 Angelo Bonaguro

ljucifer

«– Come lo volete chiamare? – chiese don Camillo alla moglie di Peppone.
– Lenin, Libero, Antonio – rispose lei.
– Vallo a far battezzare in Russia, – disse calmo don Camillo rimettendo il coperchio al fonte battesimale».
Il passo di Guareschi mi è tornato in mente quando ho letto del progetto di legge, in discussione da ottobre al parlamento russo, che intende regolamentare le modalità con cui i genitori possono attribuire il nome ai propri figli. Secondo il testo, presentato dalla senatrice Valentina Petrenko, il nome non può contenere espressioni numeriche o combinazioni di lettere, numeri e simboli, abbreviazioni, costrutti anomali, né avere riferimenti a cariche o ad istituzioni. L’iniziativa della Petrenko era partita da quanto accaduto nella regione di Perm’, dove un bambino è stato registrato all’anagrafe col nome di Lucifero. La senatrice aveva denunciato altri nomi bizzarri come «Principessa Daniella [sic]», «Raggio-Felicità Summerseat Ocean», e il caso limite di «BOČ rVF 260602», che sta per «Prodotto biologico umano concepito da Voronin e Frolova», nato il 26 giugno del 2002 e che ormai adolescente non possiede ancora un documento di identità perché le autorità si rifiutano categoricamente di registrare una persona con un nome simile.

Spesso sono la tv o il cinema a far compiere scelte affrettate: anche in Russia, con la diffusione del serial Il trono di spade, alcuni bimbi sono stati chiamati con i nomi dei personaggi, Arya e Theon. Poi ci sono i genitori patriottici, quelli che a Rjazan’ hanno chiamato il figlio come il partito Russia Unita («Edinaja Rossija»), chi a Omsk si è inventato per la propria figlia l’acronimo «Medmia», composto dalle iniziali del presidente Medvedev Dmitrij Anatol’evič; e che dire del piccolo «Vlapunal» che suona come un antibiotico ma in realtà è l’acronimo di «Vladimir Putin è il nostro leader», e la piccola «Vyborina», «elezioncina». Infine abbiamo una serie di genitori romantici che hanno attribuito ai loro figli nomi come Aurora, Luna, Fiorellino, Oceano, Solicello, Arcobaleno, e… Lattuga.

Già in epoca sovietica erano diffusi nomi creati ad hoc che richiamavano ora i padri della rivoluzione, come «Vladlen» da Vladimir Lenin, «Arvil» da Armija V. Lenina (esercito di V. Lenin), ora la rivoluzione stessa come «Oktjabrina» (ottobrina), «Nojabrina» (novembrina), Dekabrist. A questi si aggiunsero antroponimi che richiamavano nomi di piante, minerali, località, termini matematici o scientifici come «Mediana», «Dizel’», «Kombajn», «Tankist». Nomi apparentemente comuni furono collegati alla nuova ideologia o a personaggi storici che erano presentati come precursori della rivoluzione: «Roza» in onore di Rosa Luxemburg, «Žanna» in onore di Giovanna d’Arco. Altri nomi apparentemente innocenti erano in realtà acronimi politically correct: «Gertruda» non da Gertrude ma composto da geroina truda, eroina del lavoro; «Elina» univa invece elettrificazione ed industrializzazione, «Renat» non c’entrava più con il santo ma era ricavato dalle parole revolucija, nauka (scienza) e trud (lavoro). Anche nella letteratura ritroviamo la moda dell’epoca: ad esempio in Cuore di cane di Bulgakov c’è un personaggio che si chiama «Poligraf». Nell’immediato periodo post-rivoluzionario si diffusero contemporaneamente nomi antico-slavi che non erano entrati nei libri liturgici, come Mstislav, Ljubomir, Vladislav, Miloslava.

Nell’anno appena passato, la classifica dei nomi tradizionali più diffusi in Russia vede tra quelli maschili in prima posizione Aleksandr (ormai imbattuto da oltre vent’anni) seguito da Maksim e Daniil; per le bambine in testa c’è Sofija (con la variante Sof’ja) seguito da Anastasija e Marija – tutti accompagnati da raffiche di diminutivi e vezzeggiativi di cui è ricchissimo il russo. Riportiamo a mo’ di esempio alcune varianti familiari del nome Anastasija: Anastasjuška, Anastaska, Nastasja, Nastja, Nasja, Naja, Najusja, Njusja, Nasten’ka, Nastjona, Tjona, Nastjocha, Nastusja, Tusja, Nastjulja, Nastjuša, Stasja, Tasja, Taja, Asja, Asjuša, Sjuša… A livello locale però vi sono molte diversificazioni: nelle regioni tradizionalmente islamiche dominano Alan, Magomed, Fatima, Murat, Ruslan; nel nord sono diffusi Vasilij e Galina, nell’Anello d’oro troviamo spesso la coppia Il’ja e Ljubov’, in Siberia Evgenija, Olesja e Ivan (a quest’ultimo, dal punto di vista ortodosso, sarebbe da preferire la forma di derivazione greca Ioann, ma la sua diffusione capillare ha avuto la meglio sulle dispute teologiche).

«A me – aggiunge il Crocifisso a don Camillo nel passo con cui abbiamo aperto – interessa che uno sia un galantuomo: che si chiami poi Lenin o Bottone non mi importa niente. Al massimo, tu potevi far presente a quella gente che dare ai bambini nomi strampalati spesso può significare metterli nei pasticci, da grandi». È questa, in sintesi, anche l’intenzione del legislatore russo, che ha voluto proteggere il bambino dagli eccessi di creatività genitoriale: «Quando danno nomi esotici o strani ai propri figli, i genitori non sempre capiscono a quali problemi andranno incontro i bambini, specialmente fra coetanei».

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