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No allo Ius soli, ma in nome di cosa? Urge riflessione sull’italianità

giugno 27, 2017 Alessandro Giuli

Pubblichiamo la rubrica delle “lettere al direttore” contenuta in Tempi n. 25 (vai alla pagina degli abbonamenti). Per scrivere ad Alessandro Giuli: direttore.giuli@tempi.it

Caro direttore, ha visto che Alessandro Sallusti sul Giornale le ha rubato il titolo sullo Ius sòla? 
Alberto Reghini Budrio

Caro signor Reghini, le idee sono di chi le incarna e, come le immagini, poco importa chi le abbia evocate per primo. Non mi stupirebbe ricevere una lettera simile alla sua, in cui qualcuno si metta a rivendicare la primogenitura sullo stesso gioco di parole. Ciò detto, veniamo al punto. Ho difeso, anche in televisione, il diritto alla resistenza contro lo Ius soli, una legge temeraria e sbagliata nel merito così come nel metodo. La sinistra che si avvia ad approvarla, sospinta dagli atavismi anti italiani serpeggianti nel mega circo mediatico, si rende colpevole di attentato alla Costituzione Spirituale italiana. Un reato immaginario ma non meno reale, con l’aggravante della forzatura parlamentare, finanche il voto di fiducia a quanto pare. Il tema della cittadinanza interpella i valori fondamentali d’una comunità di popolo, prima ancora che le sue regole esteriori, sicché meriterebbe per lo meno d’essere discusso e semmai rielaborato in tempi lunghi e con un ampio consenso. Meglio ancora se tramite un referendum consultivo. Non tornerò sui contenuti della legge: mi basta ricordare che non prevede alcuna reale “prova d’amore” per la storia, la cultura, l’onore di essere italiani.
Ma qui finisce la resistenza e inizia il lato più amaro della questione: a quanti cittadini formalmente italiani, colpevoli di spergiuro verso il tricolore, vilipendio, indifferenza e oltraggio e corruzione insanabile, oggi, dovrebbe essere revocata la cittadinanza? E a quali immigrati (si badi bene, quali, non quanti), per esempio fra i romeni che sin nel nome e nella lingua vantano fiere ascendenze latine, si potrebbe invece concedere il titolo di italiano ad honorem? Il punto è che il dato biologico non basta mai in sé, talvolta è anzi un falso scopo invalidante e nasconde ben altro. Perché l’essere italiano è anche e sopra tutto una conquista spirituale che s’innesta su un dato ereditario necessario ma non sufficiente. Di regola, quando un popolo freme di spavento di fronte all’allargamento dei propri confini civici, sta mettendo in mostra un’insicurezza latente, un complesso d’angoscia che tradisce indecisione, smarrimento e dimenticanza delle proprie origini. Una smemoratezza animica esibita, certamente a vario grado, tanto dai fondamentalisti dello Ius soli quanto dai rudi difensori del solo Ius sanguinis. La verità sta nel mezzo, come insegnano i sapienti. Una nazione stanca, anemica, intorpidita da un’endogamia estenuata, deve anzitutto guardare verso l’alto, verso l’empireo in cui palpita l’idea-forza dell’Italianità (maiuscola); e da lì deve avere la capacità di rimodellare se stessa, il proprio corpo eterico, e soltanto poi anche il complesso del proprio etnos. Gli oligarchi che governano la cosa pubblica passeranno in cavalleria, l’essere italiani no, se lo vogliamo. Ma allora, ferma restando la necessità di politiche per la famiglia e d’incentivi demografici e di barriere contro la migrazione incontrollata, chiediamoci in nome di cosa opporsi allo Ius soli, prima di correre il rischio di ridicolizzare lo Ius sanguinis con manifestazioni sguaiate o cieche al cospetto di altre popolazioni nient’affatto incompatibili con la virtus che deve incarnare un italiano.

***

Gentile direttore, che cosa pensa della sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha accolto le istanze di sospensiva formulate dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo contro la precedente sentenza del Tar che dichiarava l’illegittimità delle nomine dei direttori stranieri dei musei? 
Ciriaco Nispi-Landi Savona

Il primo pensiero è che dovremo attendere fino al 26 ottobre per avere una parola definitiva (?) al riguardo. Il che mi conferma nell’idea che la giustizia italiana, specialmente quella amministrativa, procede con una lentezza smisurata. Con il risultato di delegittimare le scelte della politica, o bene che vada di congelarle in un limbo d’incertezza e precarietà. Nel caso specifico, non nego che la decisione del ministro Franceschini abbia un che di provocatorio – ingaggiare figure apicali straniere per l’eccellenza museale italiana – ma al tempo stesso osservo che tale scelta avviene in un regime di pressoché totale reciprocità internazionale. Ciò detto, Franceschini ha appena riportato a casa una statua di Zeus in trono che giaceva nel Getty Museum di Malibu. Inevitabile lodarlo senza riserve, almeno per questo.

Foto Ansa

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