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Nessuno come Benedetto XVI ha mai fatto tanto per la Chiesa in Cina. Ecco perché il regime lo teme

febbraio 19, 2013 Leone Grotti

Non è un caso se la Cina è stato l’unico paese al mondo a non dare la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI, se non dopo molte ore con una breve stringata su Xinhua; non è un caso se ieri il portavoce del ministro degli Esteri Hong Lei ha dichiarato freddo a riguardo che l’unica cosa che interessa a Pechino è che «il Vaticano non interferisca nei nostri problemi interni»; non è un caso, ancora, che l’ultimo messaggio di Benedetto XVI prima di annunciare la rinuncia al soglio papale sia stato rivolto ai «cinesi in ogni nazione» e che il vescovo di Hong Kong John Tong Hon sia grato «in maniera particolare» al Papa.

NESSUNO COME BENEDETTO XVI. Non è mai esistito un Papa che come Benedetto XVI si sia occupato e abbia amato la Chiesa cattolica in Cina e i suoi fedeli. Ecco perché il regime comunista si è rifiutato di parlarne. Benedetto XVI, innanzitutto, ha istituito nel 2007 la Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina, che si svolge il 24 maggio. La giornata, dedicata a Maria aiuto dei cristiani, coincide in Cina con la festa della Madonna di Sheshan, unico santuario mariano nazionale cinese, che si trova a circa 40 km da Shanghai.

LA LETTERA RIVOLUZIONARIA. La giornata è stata istituita nella famosa lettera del 27 maggio «ai vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica Popolare Cinese». In questa lettera inedita, il Papa ha ricordato che la situazione di «tolleranza religiosa» garantita in teoria dal regime è molto lontana dall’essere vera «libertà religiosa» nei fatti. E dopo avere spinto tutta la Chiesa cinese a non rimanere ripiegata e bloccata dalla persecuzione, ma a lanciarsi nell’evangelizzazione della società cinese, il Papa ha dichiarato inaccettabile lAssociazione Patriottica, che con i suoi tentativi di «indipendenza», «autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa» rischia di snaturare la vita stessa della comunione cattolica.

ASSOCIAZIONE PATRIOTTICA DI MAO. Tutta la lettera del Papa è volta a favorire l’unità dei cattolici, minata dal regime comunista fin dai tempi di Mao. Per questo nel 1957 è stata fondata l’Associazione patriottica, ente legato al Partito che offre un surrogato della Chiesa cattolica. La cosiddetta Chiesa ufficiale organizza messe, catechismo, ordinazioni episcopali come se fosse la Santa Sede e pretende di essere indipendente da Roma e dal Papa, considerato un capo di Stato straniero e ostile. Per sfuggire alla Chiesa del regime in Cina è nata la cosiddetta Chiesa sotterranea o clandestina o aperta, che non rinuncia alla fedeltà al Papa.

IL RICHIAMO ALL’UNITÀ E LA CONDANNA. Se il regime comunista cerca in ogni modo di fomentare la divisione della Chiesa, Benedetto XVI, preoccupato in primo luogo dell’unità, non usa le espressioni “Chiesa ufficiale” e “Chiesa clandestina”, ma parla solo di “Chiesa in Cina”, della quale, fin dalle prime righe loda la «fedeltà» e ricorda le «gravi sofferenze». La volontà del Papa di riconciliare la Chiesa non lo fa abdicare però alla verità: ecco perché condanna senza attenuanti l’Associazione patriottica, che «non corrisponde alla dottrina cattolica», la sua «pretesa» di «porsi al di sopra dei Vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiale» è infondata. Infine afferma: «Il progetto di una Chiesa “indipendente”, in ambito religioso, dalla Santa Sede è incompatibile con la dottrina cattolica».

VESCOVI ILLEGITTIMI E SCOMUNICHE. Il regime comunista ha condannato duramente il Papa per questa lettera, dopo averne censurato la diffusione in Cina, e dal 20 novembre 2010 ha cominciato a contrattaccare. Ecco solo alcuni esempi: il 20 novembre ha ordinato vescovo di Chengde (Hebei) Guo Jincai, senza l’approvazione del Papa; il 7-9 dicembre 2010 ha convocato  l’VIII Assemblea dei Rappresentanti Cattolici a Pechino con il sostegno massiccio di forze di polizia; il 29 giugno 2011 è stato ordinato senza l’approvazione del Papa il vescovo di Leshan (Sichuan) e il 14 luglio quello di Shantou (Guangdong); molti vescovi legittimi sono stati obbligati a eseguire ordinazioni illecite, che li espongono alla scomunica, comminata dalla Chiesa anche a tutti i vescovi illegittimi a norma del canone 1382 del Codice di Diritto Canonico; è inoltre stata rinnovata persecuzione di sacerdoti “clandestini” soprattutto nel Nord Hebei; il 7 luglio 2012 Ma Daqin è stato nominato vescovo ausiliare di Shanghai, ma dopo che il vescovo ha annunciato con grande coraggio davanti a tutti il suo abbandono dell’Associazione patriottica, è stato prima rinchiuso nel monastero di Sheshan «per riposare», poi privato della possibilità di uscire in pubblico e dire Messa per due anni e infine il titolo di vescovo gli è stato revocato (ma per il Vaticano è tuttora valido). La persecuzione è continuata ininterrotta per tutto il 2012.

LA FORZA DEL PAPA. Davanti a questi attacchi papa Benedetto XVI non ha mai vacillato, non è sceso a compromessi, ma ha sempre continuato a sostenere la Chiesa cattolica in Cina e a confermare i suoi cristiani nella fede. Non a caso nel 2006 ha creato cardinale il vescovo di Hong Kong (oggi emerito) Joseph Zen Ze-kiun, a cui nel 2008 ha anche affidato le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo. Questi riconoscimenti pubblici hanno sempre infastidito il regime comunista, che lo teme e non menziona neanche le sue dimissioni, accolte però come un grande gesto da tutta la Chiesa in Cina, come dichiarato da un sacerdote clandestino ad AsiaNews: «Credo che quello di Benedetto XVI sia un gesto, un esempio che darà nuova vitalità alla Chiesa. È un aiuto che lui dà a rinnovare la Chiesa, per darle nuova forza. Noi rimaniamo fedeli alla Chiesa di Dio e al Papa, chiunque egli sia».

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