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Nessuna pietà per Bersani e D’Alema

novembre 6, 2017 Rodolfo Casadei

Pisapia: D'Alema,grande successo per riaprire partita con Pd

Non ho alcuna simpatia per Matteo Renzi e per i suoi scudieri, ma trovo patetici il rancore che verso di lui serbano e le critiche demonizzanti che all’attuale Pd riservano i fuoriusciti che hanno dato vita all’Mdp: Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Roberto Speranza, ecc. Non ho mai votato per il Partito comunista italiano né per alcuna delle sue gemmazioni di destra o di sinistra, cioè Rifondazione Comunista, Sel e Sinistra italiana da una parte; Pds, Margherita e Partito democratico dall’altra. Come tanti sono preoccupato per la megalomania del leader del Pd Matteo Renzi, ed è per evitare l’avvento della sua personale egemonia sulla politica italiana che ho partecipato alla campagna per il referendum costituzionale che abbiamo votato nel dicembre scorso sostenendo convintamente le ragioni del “No”. Renzi non è né socialista né liberale, né di destra né di sinistra; è semplicemente un carrierista con una concezione personalistica del potere, non vede e non conosce nulla al di fuori di se stesso e dei racconti fantastici delle sue imprese che si compiace di riversare su tutti gli italiani all’ora dei pasti grazie al controllo totale che ha sulla Rai. L’orizzonte ultimo della sua azione e del suo pensiero sono i poteri dominanti, sui quali non ha alcun controllo, e il ruolo che ambisce a ri-ricoprire non è molto diverso da quello della mosca cocchiera.

Nonostante tutto questo trovo penosa la veemenza con cui gli ex compagni di partito lo rimproverano di non essere più di sinistra, così come trovo stucchevoli le critiche alla linea del Pd che arrivano dalle altre formazioni di sinistra, cioè da politici come Fratoianni, Civati, ecc. Per un motivo molto semplice. Nel momento in cui il Partito Comunista italiano prima e il Pd poi hanno aperto la porta alla cultura liberal, a quelli che ieri erano chiamati diritti civili e oggi sono chiamati nuovi diritti o diritti di genere, al libertinismo, al permissivismo e all’individualismo, il destino di tutti i partiti che hanno a che fare con comunismo, socialismo e socialdemocrazia era segnato. Erano destinati a diventare strumenti funzionali alle logiche del capitalismo e della mercificazione universale. Perché liberismo economico e liberismo culturale-antropologico sono intimamente intrecciati, chi assume nel proprio programma le rivendicazioni dell’uno finirà prima o poi per riconoscersi anche in quelle dell’altro e a integrarle. E storicamente il progressismo che mira a sostituire le tradizioni e le leggi ispirate alla responsabilità verso la comunità con costumi e leggi ispirate ai diritti individuali apre la strada all’egemonia capitalista e borghese sulla società.

Come scrive Jean-Claude Michéa,

«i sostenitori della trasgressione morale e culturale permanente fanno direttamente il gioco dei predatori della finanza mondiale, nella misura in cui il capitalismo può estendere la sua influenza unicamente smembrando non solo le strutture di vita comunitaria tradizionali, ma anche il legame sociale, i valori condivisi, i modi di vita specifici, le culture popolari, ecc. Il capitalismo può trasformare il pianeta in un vasto mercato – tale è il suo scopo – solo se questo pianeta è preliminarmente atomizzato, se ha rinunciato a ogni forma di immaginario simbolico, incompatibile con la febbre del “novum”, la logica del profitto e dell’accumulazione illimitata. Senza le nuove piste incessantemente aperte dal liberalismo culturale, il mercato non potrebbe impadronirsi continuamente di tutte le attività umane, comprese quelle più intime».

Michéa, che uscì dal partito comunista francese sbattendo la porta, scrive oggi, ma le premesse del discorso erano già tutte nel Manifesto del Partito comunista scritto da Marx ed Engels, laddove dicevano:

«La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti».

Ma le classi dirigenti della sinistra non solo italiana, bensì di tutto l’Occidente, non hanno tenuto in nessun conto la descrizione che i due vati del comunismo avevano fatto del modo di procedere della borghesia capitalista, e si sono dedicati dapprima con qualche titubanza e poi con entusiasmo crescente alla dissoluzione dei rapporti stabili e alla profanazione di ogni cosa sacra. In Italia non hanno ascoltato l’appello di un intellettuale come Augusto Del Noce, che a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta aveva previsto la trasformazione del Pci in Partito Radicale di massa, e aveva invitato i suoi dirigenti a rinunciare al materialismo storico e ad avvicinarsi alla dottrina sociale cristiana, se volevano salvare la natura popolare del comunismo italiano.

Come scriveva su Il Sabato il 1 aprile 1989:

«Il venir meno dei princìpi ideali del Marxismo è, a mio giudizio, fatto irreversibile. Tuttavia, una scelta è possibile al Comunismo italiano: o la subordinazione alla borghesia, il risolversi cioè in un momento della sua storia, quello del passaggio dal vecchio al nuovo dominio capitalistico, o cercare invece di salvare la sua critica alla borghesia attraverso una rigorosa autocritica, in cui non abbia paura di incontrare lo sviluppo del pensiero sociale cristiano».

Ma anziché ascoltare Del Noce, i comunisti, i socialisti e i loro eredi hanno deciso di essere progressisti: hanno sposato il progressismo che ha prodotto le legislazioni a favore di divorzio, aborto, unioni civili, fecondazione assistita eterologa, e oggi si battono per la legalizzazione di eutanasia, matrimonio omosessuale, utero in affitto, droghe “leggere” e immigrazione di massa. Tutte cose che favoriscono la mercificazione dei rapporti umani, la precarietà sociale, la diseguaglianza economica, la contrazione dei salari degli strati sociali più deboli, la riorganizzazione dello sfruttamento capitalista della manodopera.

Come ha scritto Alain de Benoist,

«I valori della sinistra non sono più valori socialisti, ma valori progressisti: immigrazionismo, apertura o soppressione delle frontiere, difesa del matrimonio omosessuale, celebrazione dell’arte contemporanea, depenalizzazione di certe sostanze stupefacenti, ecc.; tutte opzioni con le quali la classe operaia è in completo disaccordo o di cui si disinteressa totalmente».

Oggi i vari Bersani, D’Alema, Speranza, Vendola, Pisapia, Fassina, Fratoianni, Civati, insistono su questa linea, quella del Partito Radicale di massa, e contemporaneamente si addolorano perché la sinistra non ha più un’identità, e si ritrova a sposare gli stessi valori del liberismo in campo economico, come ben si nota nella retorica di Matteo Renzi. Oltre che patetici sembrano un po’ ottusi.

Foto Ansa

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