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Nell’aiuola di questo mondo il giardiniere è un talebano

gennaio 18, 2014 Annalisa Teggi

aitzaz_hassan_bangish«L’aiuola che ci fa tanto feroci,/ volgendom’ io con li etterni Gemelli,/ tutta m’apparve da’ colli a le foci» (Paradiso, canto 22)

Nella settimana in cui, dopo le vacanze natalizie, abbiamo ripreso a mettere gli zaini sulle spalle dei nostri figli, a una bimba afghana di 10 anni di nome Spozmay è stato messo sulle spalle un giubbotto pieno di esplosivo. Costretta dal fratello, avrebbe dovuto farsi esplodere a un checkpoint di frontiera col Pakistan.
Non è chiaro se non sia stata in grado di innescare l’ordigno, oppure se sia stato uno dei poliziotti ad accorgersi del fagotto ingombrante che portava. Qualche giorno dopo, in Pakistan il 14enne Aitzaz Hasan Bangash ha sacrificato la sua vita per fermare un kamikaze pronto a fare una strage dentro la sua scuola.

Leggiamo queste notizie sui titoli secondari dei giornali; dopo aver dedicato approfondimenti microscopici ai botta e risposta dei comunicati stampa dei nostri politici, alcuni Tg si scusano di non aver avuto tempo di mandare in onda i servizi su Siria e Sud Sudan. Eventi così tragici, numeri di vittime così assurdi, ci colpiscono – però restano poi echi lontani, quasi da un altro mondo.

La lontananza dal mondo, invece, aiuta Dante a vederlo come un corpo unico. Guardando il nostro pianeta dall’alto dei cieli del Paradiso, lo chiama con un ossimoro efficace: «L’aiuola che ci fa tanto feroci». Dice aiuola (non dice pianura sconfinata, o giungla, o deserto) e dice feroci (non dice violenti, o combattivi). Insomma: un orto in cui siamo capaci di brutalità. Leopardi pare fargli eco nel passo 4175 dello Zibaldone: «Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur per quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che non vi troviate patimento. (…) Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato da un’ape nelle sue parti più sensibili, più vitali».

In un giardino di per sé già problematico, l’uomo sa essere talebano. Gli animalisti rimarcano che la ferocità umana può essere più crudele di quella degli animali. È vero; una iena non mette addosso a un cucciolo un giubbotto esplosivo per far strage di altre iene. Ma è altrettanto vero che un cane, per quanto capace di grandi gesti di fedeltà, non avrà mai quella coscienza giovane eppure limpida che ha spinto un ragazzo di 14 anni a morire per salvare i propri compagni.

Considerando questa emblematica contraddittorietà umana, l’ipotesi creativa della Genesi mi convince più della teoria sulla scimmia evoluta. Se la scimmia si è semplicemente evoluta, in parecchi casi si è evoluta proprio male (Chesterton docet). Che dire invece di un Creatore che mise tutte le creature in un giardino, e – guarda un po’ – affidò il compito e la responsabilità del giardiniere all’unico essere capace della Caduta? A noi la risposta. Tolkien ce ne ha lasciata una bella, quando scelse di chiudere Il signore degli anelli non con la voce del coraggioso Aragorn, non con il saggio Gandalf e neppure con il valoroso Frodo. L’ultima battuta è quella di chi resta nella Terra di Mezzo, dopo tutto ciò che di eroico e malvagio ha visto accadere lì; è la voce di Sam, il giardiniere, che dice a sua moglie: «Sono tornato».

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