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Nel luogo della nuda impotenza

agosto 6, 2017 Marina Corradi

osedali

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Milano. L’istituto di riabilitazione ortopedica alla periferia nord della città è recente. Brutto, di quella bruttezza impudica di certa architettura contemporanea, di cui ti domandi chi e perché ha disegnato una costruzione così sgraziata – salvo poi scoprire magari che è stata una famosa archistar. Davanti alla porta due o tre ricoverati in carrozzella cercano di prendere una boccata d’aria che non c’è , in questa mattina di luglio rovente. Dentro, nella guardiola, il custode dormicchia, indifferente a chi va e a chi viene. Qui del resto i pazienti sono quasi tutti anziani, e dunque è permessa la visita a ogni ora del giorno.

I visitatori si fanno silenziosi tra questi corridoi nudi, tra le pareti di colori spenti. Chissà perché, ti domandi ancora, in un ospedale ogni tinta e ogni arredo deve essere così anonimo e triste. Sali con l’ascensore, poi vaghi in un dedalo di corridoi in cui non ti orienti. Chiedi una indicazione alla donna che pulisce i pavimenti, quella risponde con un borbottio e un gesto brusco, «di là». Alle undici del mattino molti malati stanno fuori dalle stanze, sulla sedia a rotelle, in fila, o camminano faticosamente con i deambulatori. Ogni passo sembra costare un immane sforzo. Rare infermiere passano frettolose, nessun medico è in vista. I fisioterapisti invece premurosi accompagnano i pazienti alla palestra. Quelli vanno, contenti. È l’unico evento in tutto il giorno, qui, la fisioterapia.

Per il resto, ore lasche come le vele delle barche quando c’è piatta di vento, ore lente che si dipanano inavvertite nel calore dei reparti. Ore molli, scandite dalle lancette degli orologi sui muri, quasi immobili anche quelle.

Qualche ricoverato è davvero molto avanti con gli anni, come questa signora dai radi capelli bianchi e dallo sguardo acuto e nero di uccello. Geme, chiama, invoca la mamma. Sembra, così magra, una rondine che ha perduto il suo stormo. Le infermiere le passano accanto e non le fanno caso. Sanno che fa così tutto il giorno, smarrita nella nebbia della demenza.

E tu che passi e starai qui soltanto un’ora, tu che fra queste mura ti senti mancare l’aria, ti accorgi che ti affiora alle labbra una preghiera: non farmi diventare, ti prego, così vecchia. Che cosa ti spaventa veramente? È questo tempo denso e fermo come una bolla vischiosa, dentro la quale non si può “fare” niente, all’apparenza. Soltanto attendere, pazientemente, che le vecchie ossa si rinsaldino, che si possa di nuovo, adagio, camminare. È il luogo della più nuda impotenza, un ospedale pieno di vecchi. Quando sei qui, puoi soltanto pregare.

E fremi e guardi l’orologio al polso, e non vedi l’ora di andare, di mettere in moto l’auto, di scappare. Pure col dubbio che, della autentica verità della vita, siano i reparti di un ospedale come questo gli specchi più sfacciati e più veri.

Foto Ansa

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