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Nel fondo dell’inverno, nel momento in cui tutto è morto, già cova la resurrezione

febbraio 2, 2015 Marina Corradi

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Milano, 21 gennaio. L’alba tarda, stamattina. La luce del giorno fatica a farsi largo in un cielo sporco. Non fa freddo. Pioviggina, ma non tanto, alle otto, da dover aprire l’ombrello. È più un’umidità che il cappotto e la sciarpa assorbono, che pioggia; e sotto, mi pare, se ne intridono anche le ossa.

Ai bordi dei marciapiedi si allargano pozzanghere troppo ampie per poterle evitare. Ci si affonda di malanimo i piedi, con la nostalgia del tepore del letto. Nelle case le luci alle finestre sono ancora accese, e fanno venir voglia di tornare. Un divano, una coperta calda, un gatto, accanto, che faccia le fusa. Così bisognerebbe passarlo, ti dici, un mercoledì di gennaio come questo. Forse certe mattine inospitali, e viscide come una mano fredda che ti sfiori, sono fatte, in natura, giusto perché gli uomini riposino. Perché si fermino, e da dietro una finestra considerino i rami degli alberi, completamente spogli.

Neri, e nodosi. Senza più una foglia, e senza ancora traccia di gemme. Anime secche, dal fondo dell’inverno parlano ineludibilmente. Raccontano di un esilio, di una lontananza. Per questo evito di soffermare lo sguardo sui platani dei viali, a gennaio: parlano troppo franco, spudoratamente, di ciò che fra noi non diciamo. Passano i tram, sui binari lucenti, gialli di luce, affollati di gente stretta nei cappotti bagnati. Alla fermata sbuffano, e tirano giù sgarbati il predellino. Da fuori, il conducente è solo un’ombra scura dietro ai tergicristalli monotoni. Che ci affanniamo a fare tutti, in questa luce livida, in questa mattina arcigna, e dove corriamo? Code infinite dall’hinterland, e sulla tangenziale: ognuno è costretto ad andare altrove, e a ritornare sempre allo stesso punto, la sera. Sotto alla pioggia, che si è fatta battente, il dubbio che sia una fatica di Sisifo, che ricomincia invano, sempre da capo.

Insomma, ti domandi, giriamo in tondo o andiamo verso qualcosa? Dietro alle finestre di una scuola ancora le sagome incollate degli angeli di Natale; e immagini i bambini chini sui quaderni, le pagine bianche che in questa luce si fanno grigie, mentre oltre ai vetri c’è solo acqua, e cielo incolore. (Andiamo, dunque, verso dove?). Nei gabbiotti delle gru dei palazzi in costruzione intravedi dal basso i manovratori. Deve essere freddo lassù, e la città, sotto, lontana. Ma il lungo braccio d’acciaio manovra piano, e fa oscillare nel vuoto le putrelle d’acciaio che del palazzo nuovo saranno l’ossatura. Qualcuno vivrà, qualcuno lavorerà in quelle stanze, e nuovi bambini ci cresceranno.

Perché allora faccio tanta fatica a immaginare il futuro? È l’incantamento di una mattina nel fondo dell’inverno, nel momento in cui tutto è morto, e niente ancora rinasce. Non bisogna darle retta, alla sirena grigia che scolora e svuota ogni cosa. Ma far memoria, ostinatamente, e aver fede: gli alberi scheletriti e neri già covano nelle vene, di nuovo, la rivolta alla morte. Già covano, invisibile, la resurrezione.

Foto viale alberato da Shutterstock

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