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Caro negozietto di quartiere, proponimi almeno un salume di pregio o me ne vado al discount

luglio 19, 2013 Tommaso Farina

Il negozietto di quartiere sembra essere l’ultima spiaggia. Un’ancora di salvezza. Il commercio dal volto umano. Non nascondiamocelo: viviamo in un contesto storico dominato da moduli commerciali mordi e fuggi, che guardano solo alla comodità del cliente (o fruitore). Così, proliferano i supermercati e i centri commerciali, i non-luoghi per eccellenza.

Chi scrive, trova che l’acquisto di cibo al supermercato o, peggio, al discount, sia una pratica massificata e massificante, che contribuisce ad alimentare un circolo vizioso di diffusione di qualcosa che è ben lontana dalla piacevolezza gourmet. Prodotti sanissimi, impeccabili ma senz’anima. E oltretutto, malgrado ciò che parecchi credono, neppur troppo economici.

Da questa tregenda, ci si può salvare col negozio di quartiere, con l’“alimentari” all’angolo? Sì e no. Per quel che riguarda l’aspetto umano, è un sì convinto. Inevitabile, quasi ovvia la differenza tra un androne spersonalizzante, e un posticino dove hai il contatto con una persona. Certamente ci sono persone e persone, ma per mandare avanti un negozio la simpatia, se non ce l’hai, devi creartela.

E questo per stare all’aspetto relazionale, se vogliamo un po’ romantico. Ma ora si arriva al motivo per cui andare al negozio: il contenuto, la merce. E qui, il piccolo negozio non sempre può essere la nostra salvezza. Se la bella e simpatica botteguccia di strada si adegua alla media, siamo fregati. Tanti di questi negozietti non fanno altro che vendere la roba che si trova pure al supermercato: biscotti commerciali, yogurt multinazionali, pasta da pubblicità.

Che senso ha? È commercialmente un suicidio. Perché qualcuno che ha tutte queste cose comodamente a portata in un supermercato dovrebbe andarsele a cercare in dieci negozi diversi? Se offrono le stesse cose, tanto vale andare a prenderle in un luogo dove ci sono tutte e subito. Non si può rincorrere i supermercati sul loro stesso terreno: hanno una potenza economica fuori portata, possono condizionare i produttori a vendere sottocosto i prodotti.

A chi serve un formaggiaio che ha solo banalità? E magari ha un assortimento peggiore di quello del super (che tra l’altro, in certi casi, sa scovare formaggi di qualità grazie a buyer saggi)? E un salumaio che vende solo due o tre ovvietà assortite? Non lamentiamoci se questi posti chiudono. Un posto così, per avere senso, in carniere deve far trovare qualcosa che giustifichi il viaggio al compratore. Un formaggio ricercato, un salume di pregio, una confettura, una mostarda. Commercianti, se siete formiche non fate concorrenza ai mammuth.

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3 Commenti

  1. andrea says:

    sono 20 anni che sappiamo queste cose, oggi sono solo banalità……ma perché bisogna far scrivere per forza la gente……

  2. Marco says:

    Saranno anche banalità, e saranno ovvie…
    Ma è purtroppo la realtà, ne conosco molti che si lamentano della concorrenza dei supermercati ma non riescono a capire questa semplice “ovvietà”.
    E’ spesso più facile scaricare su altro i propri insuccessi, piuttosto che guardare le proprie incapacità… forse proprio perchè sono ovvie…

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