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La musica, la tv, il successo. «Ma è lo studio che rende liberi». Intervista a Silvia De Santis, star di The Voice

luglio 15, 2015 Annalisa Teggi

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Qualunque storia ascolti, mi trovo sempre a sperare che a un certo punto salti fuori un canto. Quando leggo storie di agonia e di follia e di terrore, mi auguro sempre che salti fuori un uomo a cantare, che dica attraverso la musica che l’esperienza umana non è fatta solo di questo. Facciamo memoria di storie difficili, poniamoci domande scomode, ma poi si oda infine un ritornello lieto.
G. K. Chesterton

Qualche anno fa seguii il consiglio benedetto di chi una sera mi invitò a teatro per un concerto di beneficenza, in un giorno in cui tutto mi era andato storto. Seduta al buio nel loggione, continuai a rimuginare sui miei pensieri, finché una voce sul palco intonò la spensierata melodia di Cheek to Cheek. Allora, incuriosita, mi sporsi dalla balconata per vedere chi cantava, ed era un giovane ragazza dai capelli rossi e ricci, dalla voce incantevole. Quel motivetto mi rimase in testa per tutto il giorno successivo e diceva: «Heaven… I’m in Heaven».

753323-1La musica, talvolta o forse sempre, ha la capacità di fare breccia, lì dove il raziocinio avrebbe armi più affilate, ma ultimamente inefficaci. Chissà quanti discorsi ci sarebbero voluti per farmi capire che, nonostante una giornata storta e dei brutti pensieri, in fondo io ero comunque in paradiso. Nulla era così tragicamente buio da essere un inferno. Non avrei dato credito a nessun ragionamento serio, ma è bastato un ritornello, che si è infilato come un tarlo nella testa, a svelarmi la verità, quasi fosse una piuma leggera scesa dal cielo. E forse è così che alla verità piace viaggiare: sulle note di una melodia, e non sui passi pesanti delle argomentazioni. Forse è per questo che i beati di Dante riempiono il Paradiso di balli e canti, perché quando si è tutt’uno con la Verità non c’è altro che una lieta armonia.

Ma, tralasciando i discorsi filosofici, resta il fatto che da quel giorno ho provato una simpatia sincera per quella cantante dai capelli rossi, di cui conoscevo solo il nome: Silvia De Santis.

L’ho piacevolmente ascoltata in altri concerti e ora mi sono decisa a scambiare quattro chiacchiere con lei, all’indomani della sua ultima esperienza televisiva, che l’ha vista tra i protagonisti del talent show The Voice. Appena c’immaginiamo un cantante, il nostro pensiero va alle luci della ribalta, agli applausi, alla fama. Ma di quali passi è fatto il mestiere del cantante? Il talento è tale solo se porta a un successo immediato e stratosferico? Chi si esibisce in pubblico si sente sempre una star?

Di tutto questo ho parlato con Silvia, ed ecco: ne è saltata fuori una chiacchierata costellata di incanto e studio, sacrificio ed entusiasmo, incontri con grandi stelle e piccole luci. Eccone il resoconto.

Silvia, partiamo dall’inizio. C’è un ricordo che porti con te e che segna il momento o i momenti in cui hai intuito che la musica era qualcosa in più di un passatempo?
Io ho cominciato a cantare da piccola davanti alla televisione, guardando i varietà come Fantastico e ne rimanevo incantata. Ho cominciato a cantare quelle canzoni e in casa mi chiamavano “filodiffusione” perché non mi spegnevo mai. Poi ci sono stati due film determinanti: New York New York con Liza Minnelli e The Bodyguard con Whitney Houston. Dopo averli visti, ho chiesto ai miei genitori di poter prendere lezioni di canto perché il mio obiettivo era imparare a fare quelle canzoni, che sono un traguardo ambiziosissimo. Avevo 8 anni e non mi sono più fermata; ho studiato e approfondito tanti generi musicali, nel 2013 mi sono anche diplomata in canto lirico, perché arrivi a un punto in cui, dopo aver sperimentato tanto nella musica leggera, ti rendi conto che vuoi di più, e quel di più te lo può dare solo la musica classica.

Hai esordito dicendo che eri “incantata” dalla musica, però subito dopo hai usato la parola “obiettivo”. Dal mondo dei sogni sei passata presto a un percorso concreto e impegnativo…
Sì, fin da subito sono stata curiosa e determinata. Ho avuto la fortuna di affidarmi a un’insegnante, la soprano Giuseppina Brienza, che per me è stata come una seconda madre. A lei devo tutto, è stato un incontro che mi ha formata completamente. Mi ha torchiato, quando ce n’era bisogno, ma io mi sono sempre affidata a lei e lei si è dedicata a me. Era chiaro che il nostro lavoro aveva un senso perché c’era un obiettivo comune; ora che sono a mia volta diventata docente di canto, mi rendo conto che, nove volte su dieci, quando c’è uno scontro tra insegnante e studente è perché una delle due parti non si affida all’altra, ci si dimentica che lo scopo è comune.

10421433_1595989180648668_7469376461572792567_nÈ un’alchimia tosta quella tra insegnante e studente.
Sì, ma è costruttiva. Adesso che insegno anch’io, paradossalmente imparo tantissimo. Soprattutto perché noi musicisti bramiamo il contatto con le persone. Ne abbiamo bisogno, in qualsiasi forma. Un artista sale sul palco e ha coraggio di dire: «Ora suoniamo, ascoltateci!» perché ha bisogno di questa condivisione, del contatto umano con un pubblico. Nell’insegnamento il contatto che hai con le persone è diverso, ma è altrettanto entusiasmante, perché ti confronti con idee nuove, desideri, o anche semplici bisogni. Ed è in ogni caso stimolante; a lezione di canto da me vengono anche persone che semplicemente scelgono il canto come terapia positiva per reagire alla pesantezza di momenti difficili del vita.

Hai parlato del bisogno di un pubblico. Noi vediamo il cantante come un idolo osannato e applaudito, ma non credo che necessariamente fare musica significhi bramare la gloria, anzi forse è un percorso che, se fatto con serietà, richiede anche una buona dose di umiltà.
Avrei moltissimi aneddoti di esperienze che mi hanno insegnato a stare con le piume basse… Innanzitutto, io sono stata fortunata perché ho avuto una famiglia che mi ha sostenuta, ma non mi ha mai esaltata. Ad esempio, da piccola non mi hanno mai spinta a partecipare ai concorsi canori, che possono essere anche esperienze rischiose per un bimbo, che si trova indifeso e disarmato di fronte alla facciata luccicante del mondo dello spettacolo. Anche studiare è una forma di umiltà; come ogni altro settore, la musica è un campo così vasto che non si può smettere di approfondire. Ma oggigiorno ci sono troppi autodidatti, che ritengono un valore aggiunto la loro pura e semplice spontaneità. E questo non è un bene, ma soprattutto è uno svantaggio perché solo lo studio ti rende davvero libero.

Aspetta, hai appena detto che lo studio rende liberi? Dimmi meglio. Francamente non pensavo che una cantante mi parlasse così tanto di studio.
Sì, l’unico obiettivo dello studio è quello di renderti libero. Perché si studia? Per avere libertà. Nella musica a maggior ragione: la tecnica è lo strumento che ti permette di poter arrivare a fare quello che vuoi. Lo studio è a servizio dell’arte, è al tuo servizio. Invece, vedo attorno a me tante persone che preferiscono cantare senza aver studiato. Ma perché? È un difetto. Non conoscere, in ogni contesto, è un difetto.

Umiltà e studio, va bene. Ma adesso parliamo un po’ anche di esperienze esaltanti: so che da giovanissima hai aperto un concerto di Shirley King, la figlia del mitico B.B. King. Cosa mi racconti?
Avvenne un po’ per caso, ma fu stupendo. Avevo circa 17 anni ed ero emozionatissima all’idea di incontrare questa blues woman talentuosa. È la classica cantante nera robusta, ed è bastato un suo sguardo per sentire il contraccolpo della musica addosso. Io feci alcune cover prima del suo concerto e la incrociai sul palco durante l’ultimo brano. Poi, ovviamente, rimasi al suo concerto, godendomi quella sua voce blues sporchissima, quasi consumata, e a un certo punto lei mi chiamò sul palco a cantare Sweet Home Chicago. Mi lanciai, anche se lì sul momento non ricordavo le parole; improvvisai totalmente, dicendole: “I don’t know the lyrics, but I can feel the groove” (non so le parole, ma ti seguo sul groove). Indimenticabile.

E poi, dopo le cantanti talentuose, sulla strada tua strada ci sono stati i talent-show. La parola talento è accattivante per tutti, suggerisce l’idea che ciascuno abbia un frutto buono da lasciare al mondo. E nei talent show noi vediamo ragazzi, anche giovanissimi, che ardono dal desiderio di mostrare le loro qualità e sono inebriati dal sogno di diventare cantanti di successo. Ecco, è la parola successo che mi lascia un po’ perplessa, se viene avvicinata al talento. Avere talento significa per forza aspettarsi di diventare una star? Qual è la tua esperienza?
Io ero diventata scettica nei confronti dei talent-show, soprattutto dopo la mia esperienza a X Factor che provai sette anni fa: arrivai a un soffio dalla trasmissione, e poi fu scelta la cinquina dei partecipanti e io fui esclusa. Da allora, il mio punto di vista su questo genere di trasmissioni si è approfondito: la televisione è un mezzo potentissimo, necessario a chi vuole intraprendere seriamente la carriera musicale, perché offre delle credenziali indispensabili; ma alle selezioni non c’è solo il musicista che ha studiato e fatto un sacco di gavetta, c’è anche la ragazzina spensierata che va lì sognando di fare la velina. Dunque, dopo X Factor avevo smesso di credere nei talent show, perché le vedevo come macchine televisive e non musicali. Quest’anno ho partecipato a The Voice solo perché quelli della mia band mi hanno spronata e anche perché la prospettiva era cambiata: io sono arrivata lì con un progetto musicale già esistente alle spalle e a quel punto il talent show era un’occasione utilissima per dare visibilità a qualcosa di concreto. Poi, il mio percorso all’interno dello show non è durato tantissimo, ma io non cambierei nulla. È stato ottimo così. Perché è stato utile in termini di rapporti, e questi restano. Mentre la fama che offre la televisione passa velocemente, perché le edizioni dei talent show si susseguono a ritmo incalzante.
Devo infatti dire che, da scettica in partenza, sono rimasta stupita dei rapporti di amicizia sincera che si sono creati con gli altri compagni del “Team Pelù”. Questo davvero lo serbo nel cuore con piacere, perché era totalmente inaspettato. Per alcuni il passaggio attraverso un’esperienza televisiva così forte (lo studio di The Voice è grande e bellissimo, nei cinque minuti in cui canti senti un calore di pubblico gigantesco) è quello di viverla aspettandosi necessariamente il successo in cambio. Quando tutto finisce, alcuni ne escono distrutti e questo non va affatto bene.

FdA20150701_musica_Lanzoni_Brusa_New_Classic_1988_cover_mid Hai parlato di un tuo progetto musicale, cos’è? Il nome della tua band è New Classics, e pare una contraddizione in termini: il nuovo e il classico possono stare insieme?
Il ruolo della musica classica nel gruppo di cui faccio parte è molto importante. Noi ci ispiriamo alle quelle sonorità e le uniamo a quelle rock, anche perché le due cose sono più simili di quanto si possa credere: sono entrambi linguaggi di una potenza incredibile; la musica classica e quella rock non hanno eguali proprio quanto a potenza e quantità di suono. Fonderle è come generare un’esplosione. Quest’idea è nata da Fabio Biffi, in arte Farian, e lui è stato il creatore dei New Classics a cui ben presto si è unito anche Fabio Fenati, in arte Fax, e poi ci sono Dan al basso e Davide alla chitarra. Siamo nati, come gruppo, incontrandoci per preparare la colonna sonora di un musical. E tra di noi c’è stato subito un magico accordo, che si è consolidato in un lungo lavoro assieme. Adesso abbiamo pubblicato un nuovo EP, che s’intitola Senza luna e che esce dopo un lungo periodo di silenzio, a causa di esperienze e collaborazioni con produzioni che ci hanno tenuti fermi. Questa lunga pausa ci ha fatto crescere, ma non è stato facile: il singolo Senza luna, a cui tutti noi eravamo legatissimi, è rimasto nel cassetto 4 anni, probabilmente perché non era stato capito dalle persone a cui lo proponevamo; e a noi mancava tantissimo la gioia di poterlo condividere ai concerti col nostro pubblico. Però, anche questo stallo difficile, alla fine si è tramutato in un bene, perché ci si è presentata l’opportunità di ri-arrangiare il brano con Marco Forni, che è un produttore artistico dalla professionalità straordinaria, che ha lavorato con Ramazzotti, Renato Zero e Baglioni. Dopo 4 anni di fatiche, ripensamenti, delusioni, abbiamo finalmente visto un risultato che corrispondeva perfettamente alla nostra idea di musica. E ora possiamo condividerlo con tutti!

Anche solo la storia di questo vostro brano, che ha avuto una gestazione così lunga e complicata, mi sembra una sintesi della tua storia, che va in qualche modo controcorrente rispetto all’idea che generalmente il mondo dello spettacolo propone: tutto deve essere svelto ed efficace, deve funzionare subito e fare il botto. Ecco, mi pare invece che la strada costruttiva del sacrificio, di qualcosa che nasce da un “incanto”, ma poi cresce anche grazie alle attese, ai cambiamenti di rotta, alla pazienza positiva, porti all’artista il frutto buono di una sensibilità più pronta ad accorgersi di cose che sfuggono a chi va di corsa e insegue solo i riflettori. A proposito di piccole luci, vorrei che, per concludere, raccontassi tu la storia della vostra canzone che si chiama Lucciole e che vi vede collaborare con Unicef a favore dei bambini della Siria.
Per un certo periodo, Farian ed io abbiamo condotto una trasmissione radiofonica che s’intitolava Ci sei o ci fai? e una sera furono nostri ospiti alcuni esponenti di associazioni di volontariato, tra cui Andrea Iacomini che è il portavoce ufficiale di Unicef Italia. Lo abbiamo ascoltato in attonito silenzio mentre ci raccontava il periodo di inferno che la Siria stava attraversando, e poi, quasi per rompere il groppo in gola, io e Farian abbiamo smorzato la tensione dicendo che sarebbe stato bello scrivere una canzone su quella storia. Andrea ci ha presi sul serio. Quindi noi abbiamo scritto Lucciole e Unicef ci ha fornito dei filmati realizzati nei campi profughi in Siria, per poter costruire un video da diffondere per sensibilizzare la gente su questa causa. Le lucciole sono in via d’estinzione, se ne vedono sempre meno, però sono piccole creature che fanno luce. Ci sembrava un’immagine positiva per raccontare l’impegno dei volontari nelle zone di guerre, piccole indispensabili presenze di luce nel buio.

Foto da Facebook


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