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Mio padre Egisto Corradi e internet

marzo 26, 2012 Marina Corradi

Mio padre un giorno mi raccontò di un incubo ricorrente che da anni gli si ripresentava, di notte. Sognava – lui giornalista e inviato di guerra – di essere in un posto in cui era accaduto qualcosa di grave, e di dover urgentemente dettare il pezzo al giornale. Ma il telefono dell’albergo non funzionava, e la cabina era guasta, e non c’era modo di comunicare con gli stenografi, irraggiungibili oltre la cornetta muta. Quell’incubo era l’ansia accumulata da un giornalista inviato su alluvioni, terremoti, rivolte; in luoghi dove una catastrofe annientava quelli che allora eran chiamati i moderni mezzi di comunicazione. Mio padre è morto nel 1990. E quando io ripenso a quel suo sogno, mi piacerebbe averlo accanto a me, in una sera come questa, a casa: mentre scrivo su un pc, e, se ho un dubbio su una data o su un nome, su Google in un istante accedo a ciò che un tempo avrei trovato nei ponderosi volumi della Treccani.

Mi piacerebbe proprio avere mio padre accanto, stasera, e fargli vedere ciò che sa fare questo piccolo Mac. Mi sembra di vedere che faccia farebbe lui: prima accigliata, poi curiosa e incantata, come un bambino che scopra un fantastico nuovo gioco. Gli mostrerei le webcam puntate su ogni città del mondo, e la funzione street view, che ti mostra di quelle città le strade e le case, e perfino le tendine alle finestre. Cliccherei su Youtube i video che raccontano in diretta le case scosse dal terremoto, o il fango che si mangia una valle alluvionata. Lo so, che faccia farebbe lui: incredulo che si possa guardare su uno schermo ciò che una volta solo pochi testimoni faticosamente potevano conquistare.

E poi farei vedere a mio padre un iPhone, o anche un cellulare da pochi euro. Quella rivoluzione che lui, per poco, ha perso: per cui ci sembrano archeologia di un altro evo, le cabine telefoniche. Che meraviglia – lieta, eppure anche pensosa – passerebbe nei suoi begli occhi verde grigio. Vedi papà, gli direi, non hai più da sognare di non trovare un telefono per raccontare l’alluvione in Polesine, o i carri armati a Praga. Ora sappiamo tutto, e ci diciamo, subito, ogni cosa; vediamo il mondo in tempo reale – tanto che a volte un giornalista può chiedersi che cosa resti, da raccontare. Mio padre rimarrebbe silenzioso, devoto, davanti a queste meraviglie. Ma poi, se insieme camminassimo ancora per le strade di un qualsiasi sconosciuto paese, so che allungherebbe lo sguardo su piccoli, apparentemente trascurabili dettagli: l’inclinazione dei tetti, che, mi insegnava, cambia con i climi e già in sé racconta se in una terra gli inverni sono lunghi o brevi. Guarderebbe l’allineamento delle viti nei campi, e le parole sugli annunci mortuari, in piazza, e i nomi dei vivi e quelli dei morti. E già avrebbe da raccontare una storia che nessuna webcam riprende, nessuna fotocamera di cellulare.

Vedi papà, che meraviglie hanno inventato? Lui con l’iPad giocherebbe come un bambino. Poi, dopo un po’, se ne stancherebbe. E tornerebbe, non sazio della leggerezza del virtuale, a guardare e fotografare il mondo coi suoi occhi. A cercare, annusare, toccare la realtà, quella carnale: inesorabilmente sospinto da un suo fanciullesco stupore.

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