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Milano, anno 2043

marzo 7, 2011

Milano, 28 aprile 2043. Quel mattino la signora A. si svegliò male:irrequieta, con addosso la confusa memoria di un qualche sgradevole sogno. Rimase a lungo sotto le coperte, come acquattata davanti al nuovo giorno che filtrava invadente da una fessura delle imposte. Infine si alzò, e incontrò se stessa riflessa nello specchio. La camicia da notte le stava troppo larga sul corpo secco. I capelli, tutti trapiantati, erano ancora giovanili, ma il silicone nelle labbra e la tensione del lifting sul viso al mattino presto erano inesorabilmente evidenti. D’altronde non poteva lamentarsi, visto che stava per compiere 119 anni. Si vestì. La casa attorno era nell’ordine perfetto di chi è meticolosamente ordinato e vive solo. La sua casa di un tempo, la signora A. l’aveva venduta da più di trent’anni: da quando suo figlio era morto precocemente, ad appena 80 anni, poiché testardamente non aveva voluto fare i trattamenti – le iniezioni di staminali, e il resto. E così lei era rimasta sola. Del marito, mancato mezzo secolo prima, A. stentava ormai a ricordarsi.

 

La nuova casa era un lussuoso monolocale all’ultimo piano di un condominio
elegante. La signora A. non conosceva nessuno degli inquilini – tutti giovani, al massimo novantenni. Le sembrava che in ascensore la guardassero con un sottile fastidio, e quasi con rimprovero per la sua ostinazione a sopravvivere e a farsi pagare la pensione. Sciocchi moralisti, pensava lei. Aveva pagato a caro prezzo il suo supplemento di vita: interventi, trapianti, cure costose in esclusive cliniche svizzere. «Quando sono abbronzata non dimostro più di 70 anni», si diceva spesso, soddisfatta. L’unica cosa che non era riuscita a farsi ringiovanire erano i pensieri. A tratti, si sentiva così decrepita. Guardava smarrita dalla finestra la città in cui era nata. La casa di quando era bambina non c’era più. Il liceo sì, ma le era doloroso passarci
davanti e pensare che tutti i suoi compagni di un tempo erano morti. Dal lavoro si
era ritirata ormai da sessant’anni. Il guaio di quella sorta di immortalità comprata
era che si restava, sì, in discreta salute, ma soli al mondo. Lo sguardo della signora A. cadde su un ritratto del figlio bambino. Quanti anni prima? Novanta, circa. Tolse il ritratto dallo scaffale e lo gettò in un cassetto, che richiuse bruscamente. Decise di non stare a immalinconirsi, e di andare invece in palestra a fare stretching – il geriatra diceva che era essenziale. I tacchi alti risuonarono sul pianerottolo silenzioso, dopo i quattro giri di chiave alla serratura blindata. Nello specchio dell’ascensore si vide,
le labbra dipinte di rossetto, la pelle sugli zigomi tirata – negli occhi scuri come un sottile spavento. Nella cassetta della posta, solo bollette. Da quanti anni non le scriveva più nessuno.

 

Ecco: io non capisco quest’ansia, che sento magnificare sui giornali, di arrivare a 120 anni sfruttando i favolosi progressi della medicina. Non capisco la desiderabilità di questa promessa. Mi mette, anzi, un po’ di paura. (Ma non è un’altra, ben altra, la vita eterna che ci è stata promessa?) 

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