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Marina Corradi: Una tempesta come si deve

agosto 13, 2012 Marina Corradi

Tratto dal n.17/2012 di Tempi

 

Milano, aprile. Il cielo non promette nulla di buono. Da ovest si stanno addensando delle turgide nuvole bluastre. Sembrano gonfie di rabbia. Non piove ancora, ma delle folate brevi di aria umida dicono che poco lontano già ha cominciato. È il momento ideale per uscire, per noi metereopatici al contrario, per noi che amiamo i temporali. Prendo giacca a vento, cappello da pioggia e un ombrellino fragile, cinese, di quelli che al primo colpo di vento si rovesciano. Poi, naturalmente, il cane. Andiamo a passeggio, gli annuncio festosa. Le prime gocce cadono. Lui, a orecchie basse, mi guarda con la faccia di quello che vorrebbe tornare a casa. A Rommel, la mia volpe del deserto, non piace affatto, la pioggia. Saliamo in macchina inseguiti dal brontolio lontano e minaccioso di un tuono. (Dice: adesso vi prendo).

In una giornata così bella, bisogna andare ai giardini di via Palestro. Aziono i tergicristalli sotto l’acqua che si fa battente. Dal sedile di dietro mi pare che il cane con i suoi occhioni scuri implori: torniamo. Sotto a un diluvio, nel chiarore dei lampi, i giardini si presentano deserti. Ogni umano di buon senso è andato a cercare un rifugio. Ci siamo solo noi. Tutto sembra solo nostro. Le chiome di alberi secolari sotto al vento si piegano in un umile inchino, mentre con un crepitio secco cade, lontano, un fulmine. L’ombrello cinese si rovescia. Io e Rommel camminiamo in profonde pozzanghere; io, anzi, perché lui, che odia bagnarsi, le schiva. E poi c’è un momento di assoluto furore, come se esplodesse un’ira a lungo covata.

La pioggia martella, il cielo si illividisce nella luce algida dei lampi. Rommel mi sta attaccato alle gambe. Fantastico, mi compiaccio, finalmente un temporale come si deve. Ma in realtà i giardini non sono del tutto abbandonati. C’è una giostra, che continua a girare per una sola bambina in sella a un cavallino di legno, in una musica di carillon che si perde nel rombo dei tuoni. Nel laghetto due anatre, come ebbre, giocano a inseguirsi sotto la raffica di gocce. E al riparo di un’edicola di ferro un ragazzo e una ragazza si baciano, perdutamente dimentichi del temporale, di Milano, di tutto. La pioggia ravviva il giovane verde delle foglie di aprile, lo fa risplendere. La terra sembra gravida di una promessa.

È curioso, dico a me stessa, come a cinquant’anni tu possa essere così inebriata e felice, semplicemente per un temporale. Non me lo sarei aspettato. È infantile, ecco; e forse anche irresponsabile, in tempi così duri. Al diavolo, replico a questo arcigno super-Io, sniffando profondamente il buon odore di tempesta. D’accordo, ora ti porto a casa, faccio al cane, fradicio e a coda bassa. Come sarà, mi domando mentre torno, il paradiso? Io me lo immagino come un lussureggiante giardino fremente in un temporale di primavera. Dove tutto palpita di vita, tutto sboccia, spunta, fiorisce.

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