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Viaggio dentro una grande bestia d’acciaio, eppure misteriosamente cosa viva

settembre 8, 2013 Marina Corradi

Olbia, agosto. Il cielo sopra al porto scurisce nel crepuscolo. I gabbiani volano bassi, il mare è calmo. La nave è in ritardo. Finalmente si avvicina una luce, da nord, lenta: è lei, ci diciamo noi viaggiatori, appoggiati ai parapetti del molo e in partenza, come si dice in Sardegna, per “il Continente”.

La nostra nave è grossa e massiccia, e con tutte quelle luci sembra una giostra magicamente adagiata sull’acqua. Adagio, e pesante come un pachiderma, si gira nel porto e accosta di poppa. Lenta, lenta, lenta: si allinea con precisione al molo, le grosse cime si tendono e la fissano alle bitte di acciaio. Con un clangore di catene e di ruggine il portellone di poppa, piano, si apre; e come un ponte levatoio si adagia sulla banchina. Dentro, i fari delle auto sono già accesi; la nave ne vomita a centinaia – ci si domanda quanto grande sia quel ventre, per contenerne tante. E ora, la nave è vuota, e tocca a noi.

La nostra auto si affaccia alle viscere del traghetto e scende per le rampe: odore di scarichi, di pneumatici, e il caldo che esala dalla sala macchine, come si entrasse dentro a una cosa viva. Ecco, un corpo vivo è una nave, avverti, mentre sali per le sue scale strette, e ti abitui al suo rollio, come a un respiro; e sbuchi sui ponti larghi e illuminati, e ti affacci dall’alto della murata in giù, sul mare nero. (Intanto, da sotto continua lo sferragliare delle cerniere delle rampe, a ogni auto che sale; e sembra che la nave deglutisca, vorace).

Alla partenza siamo sul ponte, a guardare le luci del porto che si allontanano – per un istante tutti stranamente zitti. Poi nei bar, nei ristoranti il gaio vociare dei passeggeri, i bambini che corrono, l’odore di cibo dalle cucine; fuori, ora che abbiamo preso il largo, l’infinita distesa di acqua buia. La nave procede, sicura. Un radar sul castello di prua gira, infaticabile e attento. Ma i cellulari non hanno più campo; e quel loro esser muti dà il senso di trovarci, ora, soli in mezzo al mare. Ti immagini la nave vista dal cielo, impavesata di luci sopra alla distesa di acqua nera. In cabina ti addormenti nell’eco ancora di quei lontani suoni metallici di leve tirate in sala macchine, di motori che salgono di giri, nel fluttuare pacifico del mare calmo.

Poi, all’alba, la costa si disegna da lontano, in un profilo nebbioso e sottile. Il ponte bagnato di salsedine, i passeggeri nei sacchi a pelo infreddoliti e arruffati. Saliremo in auto, dentro alle calde viscere meccaniche, e approderemo con un impercettibile sollievo: terra, sotto ai piedi. Dietro di noi la nave se ne resterà con la sua gran bocca spalancata a ingoiare nuovi viaggiatori. Ancora da lontano vedremo alzarsi il fumo dal suo camino. Fiato di strano grosso animale, penseremo; di bestia di acciaio e bulloni, eppure misteriosamente cosa viva.

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