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Dai tavolini del Bar dello Sport l’Italia sembra ancora così uguale, così in pace

luglio 21, 2013 Marina Corradi

Vada (Livorno), sabato 13 luglio. Le nove del mattino. Il sole già alto nel cielo chiaro. Me ne sto qui sotto i portici, a un tavolino del Bar dello Sport, a guardare chi va e chi viene in piazza Garibaldi. Davanti a me la tazzina vuota manda ancora aroma di caffè. Questa è la piazza principale del paese: in fondo c’è la chiesa, e qui davanti un giardino con gli oleandri e le palme; e una fontana, dove nelle ore calde vanno a bere i bambini che giocano alle altalene. Si affacciano sulla piazza una pescheria, un gelataio, due trattorie e delle botteghe di cose da mare. Appesi in fila, costumi, sandali, palette e secchielli. Alligatori di gomma gonfiabili. Passa una bambina per mano alla madre e guarda l’alligatore, incantata. La madre la tira via e lei ancora si volta a guardarlo, l’indice teso a indicarlo, innamorata.

Il movimento più intenso è attorno all’edicola. Un andirivieni di uomini anziani in canottiera e ciabatte, che se ne tornano con Il Tirreno sottobraccio. Poi passano dal tabaccaio, e infine oziosamente ciabattando vanno verso casa. Le donne sono più di fretta, con la sporta della spesa già piena e un figlio o un nipote accanto. I ciclisti pedalano indolenti, e volentieri in contromano; un vigile all’angolo lascia correre, non osando contraddire ciò che evidentemente è usanza qui, da generazioni.

Davanti alla bottega del fornaio c’è una lunga coda per la pizza al trancio. La si porterà, oggi, alle Spiagge Bianche insieme all’anguria, nella piccola chiazza d’ombra dell’ombrellone, sotto al sole a picco di luglio. Passano dei turisti nordici, paonazzi. Annusano il profumo di cacciucco che già viene da una trattoria. Dicono qualcosa in tedesco, sorridono fra loro. Piazza Garibaldi, Bar dello Sport. Quante piazze Garibaldi e quanti Bar dello Sport ci saranno, nei paesi d’Italia? Con la chiesa al centro, e poco più in là, magari ancora la vecchia insegna rossa del Pci, con la falce e il martello sbiaditi. Col tabacchi, e accanto la buca delle lettere, dove il postino passa a orari uguali; e i pensionati che, passata l’ora più calda, si siedono sulle panchine del giardino pubblico. E scricchiolano i passi sulla ghiaia, e arrivano le grida dei ragazzini dal cortile dell’oratorio. Le foglie sulle chiome degli alberi sopra di loro sono verde scuro, pesanti, nel colmo dell’estate.

I giornali in edicola hanno titoli a caratteri grossi, allarmanti; ma la gente di piazza Garibaldi sa, o crede, che non ci sia da allarmarsi davvero. Che l’anno prossimo si sarà ancora qui, sotto a un cielo azzurro, e nuovi bambini appena capaci di stare in piedi pretenderanno palette e secchiello. Per fare castelli di sabbia che le onde disferanno, al tramonto; quando, pedalando adagio, si tornerà, senza fretta, a casa. Piazza Garibaldi, dai tavolini del Bar dello Sport l’Italia sembra ancora così uguale; e così in pace, e antica, che fatichi a credere possa mai cambiare.

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