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Una sera in cima al Duomo di Milano va in scena L’annuncio a Maria

giugno 9, 2013 Marina Corradi

Milano, 31 maggio. Qui dall’alto, Milano e i suoi palazzi sembrano così piccoli. E formiche, gli uomini che camminano giù in strada. Qui sul tetto del Duomo si è in un altro mondo, nella candida vertigine di marmo sospesa sulla città. (Non ci avevo mai pensato, che questi angeli e vergini e vescovi di marmo mi guardano da quassù, da sempre, dal giorno che sono nata).

Vegliano: sulla metropoli giù in basso, nervosa e distratta. Ne arrivano fin qui gli echi, note di musica, grida dal sagrato, e sirene di ambulanze, lontane.

Stasera fra le guglie va in scena L’annuncio a Maria di Claudel, con la regia di Stefano Braschi e attori e coro di ragazzi dell’Istituto Sacro Cuore. Violaine ha il volto di sei tredicenni, bambine quasi donne che tremano nel vestito leggero al vento che frusta il tetto del Duomo. Pietro di Craon, il costruttore di cattedrali, ha una bella faccia antica, da patriota carbonaro. E stasera qui sopra la città vive ancora la storia dell’amoroso splendente sacrificio di Violaine. Ma un altro protagonista sovrasta la scena: questo gran cielo sopra di noi, col vento che soffia via il grigio, scoprendo a tratti, dopo giorni di pioggia, un cielo terso. Lontano, verso ovest, si incendiano le nuvole, colpite dall’ultimo sole. E mentre il dramma di Violaine si dipana le statue sulle guglie sembrano sentinelle, scolte di guardia nel cielo sopra Milano.

E certo è un caso, se quando Violaine muore i ragazzi sul palco sono investiti dall’ultimo raggio di sole. «Cosa vale la vita, se non a essere data?», domanda il coro. (Giù in basso la gente passeggia, nell’ora dell’happy hour del venerdì sera. Ignari degli angeli di marmo, che vegliano anche su di loro).

E quando scendi dal Duomo la luce del tramonto accende le guglie più alte, che si fanno rosa come una croda dolomitica.

«Cosa vale la vita, se non a essere data?», la domanda di Claudel ti risuona ancora dentro. Ora sei tu, di nuovo, una di quelle formiche che si affannano per le vie di Milano, in quella che chiamiamo la vita vera. Ma, se la vita vera fosse un’altra, se davvero fosse il folle dono di Violaine? Sali su un taxi e reciti l’indirizzo di casa, l’auto si tuffa nel traffico, subito compressa in un gregge di lamiere. Dalla radio un conduttore spara parole vuote.

Eppure anche ora le scolte del Duomo stanno a guardarti. (Così modesto, da lassù, sembrava perfino il nuovo grattacielo di Porta Nuova, con la sua ardita guglia d’acciaio). Quale sarà poi la vita autentica, veramente? In bilico, non sai se osare credere davvero, o restare semplicemente ben piantata quaggiù – alacre formica nella metropoli, dentro la quotidianità tangibile che pretende d’essere la sola vera.

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