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Mamme protagoniste di giornate di ordinaria follia. Come un film

dicembre 24, 2013 Eva Anelli

Vi autorizzo ad usare questa storia nei momenti morti di conversazione col capo, per rompere il ghiaccio al primo appuntamento, per spezzare la routine della coda alla cassa del supermercato coi vostri vicini di carrello, o nei momenti di scoramento e solitudine in cui pensate “capitano tutte a me”.

Potete considerarla una leggenda metropolitana, come i coccodrilli nella subway di New York o Jimi Hendrix-Elvis-John Lennon che se ne vanno a spasso ancora vivi e vegeti; io vi giuro che è la verità.

Estate di cinque anni fa, la primogenita ha poco più di un anno, sono più o meno a metà della gravidanza del secondogenito e sporadicamente ho ancora nausee e affini. La location è la mia macchina, il viaggio che io e la primogenita, sole, vi stiamo compiendo è quello da casa dei miei (Lago Maggiore) a casa nostra (Brianza spuria).

Autostrada (dei Laghi, ça va sans dire). Accuso un forte senso di “sto-per-vomitare”, ma lì dove sono non c’è corsia d’emergenza, né autogrill o piazzole di sosta negli immediati paraggi. E io devo farlo. Di lì a cinque secondi, quattro, tre, due, uno… fatto. In macchina. Mentre guido in autostrada. Con seduta dietro nel seggiolone mia figlia di un anno. Che non fa una piega, a parte continuare a far andare il suo ciuccio come la Maggie dei Simpson, anche di fronte all’orrendo spettacolo offerto dalla madre panzuta, con bocca svomitazzata e capelli lunghi neri appiccicati al contorno viso sudato che nemmeno la bambina di The Ring. E tutto il resto – “quel” tutto il resto – sparso nella parte anteriore della macchina: sui sedili, sul cambio, sul freno a mano, per terra (che ridere, a fine giornata, raccogliere e pulire tutto. Ah. Ah. Ah).

Mi riprendo, devo andare dritta, sono incinta, sto guidando, c’è una bambina piccola seduta dietro, sono in autostrada… Poi finalmente non dico un posto legale dove fermare la macchina per uscirne e prendere una boccata d’aria fresca (si fa per dire, ci son 30 gradi), ma sovviene in mio soccorso una zona “zebrata” (intersezione tra una corsia che in quel punto entra in autostrada e una che già ci è) dove decido (azzardo) di piazzarmi con le quattro frecce. Scendo dalla macchina, tolgo gli occhiali da vista e li appoggio sul tetto della macchina mentre riprendo fiato per poi blaterare alla primogenita che «va tutto bene, la mamma sta bene, tu stai bene?, perché io sto bene, sai, ora ripartiamo, va tutto bene» e lei, attonita, occhioni azzurri spalancati, continua a fissarmi senza enunciare parola e continuando a far andare il suo ciuccio.

Mi rimetto alla guida: tiro giù completamente i finestrini (non c’è aria condizionata nell’ormai igienicamente compromesso abitacolo) e parto. Ho la vista annebbiata, mi sono affaticata troppo, mi dico. A un certo punto vedo dallo specchietto laterale una macchina che sembrerebbe seguirmi a distanza ravvicinata con dentro quattro punkabbestia che lampeggiano e gesticolano. Ci voleva solo questa, i soliti cretini che ti stressano se vai piano: e supera, no?! Ho forse colpa io se non ci sto più vedendo niente, ho la pancia che tocca il volante e soprattutto se l’interno di questa macchina si è trasformato nel set de L’esorcista? Ma, ora che sono vicinissimi, (intra)vedo che hanno qualcosa in mano che sventolano, come volessero attirare la mia attenzione, e hanno anche un’aria piuttosto amichevole, quasi preoccupata per me… Conviene fermarsi. Altra zona zebrata, altre quattro frecce, poco dietro alla mia si ferma anche quella macchina. Scendo, mi raggiunge di corsa una ragazza coi miei occhiali in mano: «Li ha persi per strada!» (li avevo lasciati sul tetto della macchina quando son ripartita dopo il vomitevole pit-stop). «Oh… grazie… grazie mille… non me n’ero neanche accorta… scusa, sai, non sto molto bene…». «Di niente, si figuri» mi fa quella. «Non sta bene? Perché io ho delle pastiglie che fan star bene, le Kobayashi, conosce?» «No, grazie, non so cosa siano, non conosco, ma meglio di no, grazie, sono incinta…» e il tutto sempre davanti a primogenita-Maggie-occhioni-ciuccio che va. Medito sulle conseguenze psicologiche che tutto ciò potrebbe comportare per la unenne. Mi manca ancora un po’ di strada, meglio che mi rimetta in marcia, cos’altro può accadere ormai? (tranne corsie d’emergenza, piazzole di sosta e autogrill come se piovessero? e infatti).

Non ci vuole Aaron Sorkin per scrivere un buon film (cioè, sì, anche) né Martin Scorsese per girarlo. Ci vuole che qualcuno piazzi una micro-cinepresa per un paio d’ore (anche meno) sulle spalle delle mamme. Una prospettiva, quella del “cosa sarebbe accaduto se mi fosse successo qualcosa proprio mentre ero di fronte a lei/lui/loro?” o banalmente quella data dall’assistere al loro inesorabile crescere; la prospettiva cioè del “c’è un altro uscito da me ma dato da Altro”, che rende ogni giornata il mio film preferito, il film dai 100 Oscar.

A tutti, Buona Festa di quell’Altro che si fa carne in un piccolo altro. E buona scorpacciata di film (spero per voi).

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1 Commenti

  1. Antonio scrive:

    Bellissimo, come sempre!

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