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Ma guarda un po’, la Russia tifa per Assange

dicembre 24, 2010 Rodolfo Casadei

Una solidarietà di troppo. La campagna internazionale per la liberazione e canonizzazione immediata di Julian Assange stava procedendo a tutto vapore, prima che un sostegno non richiesto la facesse deragliare: quello del governo della Federazione Russa. In rapida successione, il primo ministro Putin ha definito l’arresto del fondatore di WikiLeaks «ipocrita e antidemocratico», il presidente Medvedev lo ha candidato al prossimo Premio Nobel per la pace (la cui cerimonia odierna, che ha visto premiato il dissidente cinese Liu Xiaobo, la Russia ha disertato) e l’ambasciatore russo presso la Nato Dmitry Rogozin lo ha dichiarato vittima di una «persecuzione politica» e prova vivente che in Occidente «non c’è libertà di stampa». Detto dai massimi esponenti di un paese che Réporters sans Frontières ha classificato al 153mo posto su 175 per quanto riguarda la libertà di stampa, e dove una persona che si fosse comportata come Assange coi dispacci della diplomazia russa non sarebbe stata certamente applaudita, il tutto fa un effetto un po’ particolare e mette in una luce poco favorevole gli editorialisti e i promotori di appelli che si sono schierati dalla parte di WikiLeaks. 

 

Fra essi il linguista Noam Chomsky, vestale di tutte le cause antiamericane, Peter Singer, teorico del Movimento di liberazione animale favorevole ai rapporti sessuali fra umani e bestie, il regista britannico trotzkista Ken Loach, la scrittrice No global Naomi Klein, la storica attivista femminista Naomi Wolf, il regista Michael Moore, che ha pure definito le azioni del caporale Bradley Manning, responsabile della trasmissione su un CD di 250 mila dispacci diplomatici Usa che WikiLeakes sta pubblicando col contagocce sul suo sito, come ispirate “ai princìpi di Norimberga”. Tutta gente che vuol far credere di non essersi accorta di quello che a Mosca hanno capito al volo: le rivelazioni non sono onorevoli per paesi come la Russia e affini, ma recano molto più danno alla politica estera degli Stati Uniti, i quali escono globalmente indeboliti dalla vicenda. Cioè fanno gli interessi dei rivali globali della potenza Usa – che non sono democratici, pare.

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