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Ma cosa vuole veramente Napolitano per i bambini stranieri?

novembre 25, 2011 Rodolfo Casadei

Il presidente Giorgio Napolitano è meno ingenuo e spontaneo di quanto molti immaginano, ed è lecito pensare che la sua uscita un po’ sopra le righe mercoledì scorso a proposito dell’attribuzione della cittadinanza italiana a chiunque sia nato sul suolo italiano, anche da genitori stranieri, abbia una valenza politica diversa dal suo significato apparente. Nei mesi che ci separano dalla fine della legislatura (maggio 2013) la Lega Nord avrà buon gioco nel fare le pulci a un governo tecnico che taglierà la spesa pubblica, introdurrà nuove imposte e altre misure fiscali vessatorie e non potrà vantare ricadute positive in termini di ritorno della crescita a breve termine, essendo la manovra che si profila troppo pesante per sperare che non seguano un paio di anni di stagnazione se non di recessione. Dunque la Lega Nord, praticando un’opposizione senza sconti, è nella posizione di trarre il massimo beneficio in termini elettorali quando si tornerà a votare.

L’ipotesi che Napolitano stia ricattando la Lega per ammorbidire la sua opposizione al “governo del presidente”, agitando lo spettro di una elargizione di massa della cittadinanza agli stranieri, non è affatto peregrina. E formularla non significa mancare di rispetto al capo dello Stato, ma semplicemente ragionare tenendo presente che anche il presidente, come tutti i politici che occupano posizioni istituzionali, ha idee e interessi prettamente politici che cerca di portare avanti anche strumentalizzando la funzione istituzionale. Con maggiore stile e senso del decoro di un Gianfranco Fini, non c’è dubbio, ma pur sempre andando al di là del suo compito, che sarebbe quello di rappresentare tutti gli italiani, e non solo quelli che la pensano come lui o che attendono il suo verbo per annuire. Tutto questo però non esime dal dovere di prendere sul serio il contenuto specifico dei rilievi mossi dal capo dello Stato alla legge che attualmente regola l’acquisizione della cittadinanza nel nostro paese, perché la materia è della massima importanza.

Davvero la legislazione italiana, che non riconosce automaticamente la cittadinanza italiana alla nascita ai figli di stranieri e solo permette di fare domanda al compimento del 18° anno d’età è «un’autentica follia, un’assurdità»? Esprimersi con tanta emotività denota – a meno che non si tratti di un’astuzia politica, come abbiamo sopra ipotizzato – una mancanza di vera riflessione sulla questione o un’impostazione ideologica del medesimo. Il panorama giuridico internazionale non è quello che lo sfogo di Napolitano lascerebbe presumere. La cittadinanza attribuita in base al mero “ius soli”, cioè alla semplice nascita in un determinato territorio, esiste quasi esclusivamente nelle Americhe e, in forma molto più attenuata, in Francia; tutti gli altri paesi europei hanno legislazioni imperniate sullo “ius sanguinis”, cioè sul principio che la nazionalità di un neonato è quella dei suoi genitori, ma nel tempo hanno introdotto elementi di “ius solis”. Per esempio in alcuni paesi si può richiedere da subito la cittadinanza per il bambino se i suoi genitori stranieri presentano certi requisiti in termini di anni di residenza nel paese.

La legislazione italiana è simile a quella di paesi della Unione Europea come Austria, Danimarca e Grecia, dove l’assegnazione della nazionalità locale per lo straniero nato nel paese non è mai immediata. In termini generali, negli Stati nati da ampi fenomeni di immigrazione, come è il caso dei paesi del Nord e Sud America, vige lo “ius soli”; negli Stati che sono il prodotto di una lunga gestazione plurisecolare, come quelli europei, vige lo “ius sanguinis”. I fenomeni migratori dell’ultimo mezzo secolo in direzione dei paesi europei – prima interni all’Europa, quindi da un trentennio fra l’Europa e il resto del mondo, e in particolare il bacino del Mediterraneo – hanno spinto ad attenuare in molti paesi europei lo “ius sanguinis”, ma senza soppiantarlo con lo “ius soli” in modo così integralista come lo intende Napolitano.

Premesso questo, non c’è dubbio che lo “ius sanguinis” è più amico della realtà delle cose che non lo “ius soli”. Che da due genitori egiziani nasca un figlio egiziano è logico e naturale; il concetto che da due genitori egiziani nasca un figlio italiano è paradossale e artificiale. Il primo è intuitivo, il secondo richiede spiegazioni, mediazioni, contestualizzazioni. Chi nasce eredita principalmente da chi lo mette al mondo. Non solo in termini fisici, ma anche in termini psichici, affettivi, culturali. Il figlio o la figlia di stranieri che nasce in Italia ascolterà la voce della madre nella sua lingua, mormorerà le sue preghiere, si rapporterà inizialmente ai genitori nei modi prevalenti nella loro cultura d’origine. La diversità del contesto in cui è nato rispetto all’eredità che gli viene dai genitori gli si manifesterà solo successivamente e in modo graduale, e in modo graduale lo influenzerà. La vera follia, la vera assurdità, sarebbe imporgli sin dal momento della sua nascita la rottura coi genitori, introdurre un cuneo fra lui e i genitori e le famiglie da cui essi provengono. Napolitano ha motivato la sua opzione in termini sentimentalistici: «I bambini hanno questa aspirazione». Prima di tutto, un’aspirazione non è un diritto. Poi bisogna vedere se questa aspirazione coincide con quella dei genitori: se non coincide, non è saggio causare una frattura all’interno della famiglia esaudendo il desiderio del bambino in opposizione a quello dei suoi familiari. Nel caso che l’aspirazione alla cittadinanza italiana sia comune ai bambini e ai loro genitori stranieri, per rispettare la famiglia e il principio di autorità su cui si fonda, è più opportuno che prima siano i genitori a ricevere il titolo, e solo dopo il figlio.

Un’altra cosa da valutare è la natura di questa aspirazione: la frustrazione per la mancanza della cittadinanza italiana potrebbe essere il risultato di puro desiderio mimetico, come lo intende il grande antropologo René Girard; come si invidia il giocattolo posseduto da un altro bambino, come si invidia il suo zainetto o le sue vacanze al mare, così si invidia la cittadinanza che la maggioranza possiede. Il desiderio mimetico è desiderio di avere quello che hanno gli altri e di fare quello che fanno gli altri, niente di più e niente di meno: dietro non c’è nessun senso civico, nessuna aspirazione spirituale, nessun riconoscimento della nobiltà di un’identità e di una civiltà: gli antropologi possono spiegarlo molto bene. Anziché cedere alla logica del desiderio mimetico, e consegnare ai bambini la cittadinanza italiana come si consegnerebbe una bella Barbie a una bambina o l’ultimo videogioco messo in circolazione a un bambino, bisognerebbe spiegare che non c’è nulla di offensivo e di avvilente nell’essere stranieri; che in Italia tutti gli esseri umani, di qualunque paese abbiano la nazionalità, godono dei diritti umani di base e sono tenuti ad adempiere ai corrispondenti doveri. Il trattamento salariale di uno straniero, i servizi sanitari ai quali accede, i motivi per i quali può essere incriminato e rinviato a giudizio sono i medesimi che valgono per i cittadini italiani. La dignità è la stessa. Certo, i cittadini stranieri non hanno diritto all’elettorato attivo, ma ricordarlo proprio in questo momento, nel quale anche il voto dei cittadini italiani appare radicalmente depotenziato, risulta un po’ patetico. E provocatorio.

Dicevamo sopra che l’impostazione data da Napolitano alla questione potrebbe anche non essere strumentale o emotiva, ma ideologica. C’è anche questa possibile spiegazione. Napolitano, in passato comunista, appartiene alla famiglia politica progressista, e il progressismo europeo, dal giacobinismo francese alle socialdemocrazie del secondo dopoguerra, affermano tutte il primato dello Stato come momento di sintesi della vita pubblica dei cittadini. Attribuire alla nascita una cittadinanza diversa da quella dei genitori a un bambino significa affermare il primato dello Stato sulla famiglia, significa recidere i legami naturali della persona per trasformarla in individuo isolato, che è debitore delle sue prerogative pubbliche allo Stato e che allo Stato si rivolgerà ogni volta che vorrà vedere riconosciute le sue aspirazioni, prontamente trasformate in “diritti” dalla macchina statalista progressista. L’obiettivo del progressismo, dalla Rivoluzione francese ad oggi, è quello di distruggere o comunque di indebolire le società naturali e i corpi intermedi nei quali si realizza la vita della persona, per creare un mondo di individui isolati, bisognosi della protezione dello Stato. Il “buonismo” della sinistra in materia di immigrazione è certamente ispirato da questa sua eredità ideologica, e non solo dalla pragmatica esigenza di crearsi un nuovo bacino elettorale. La “nazionalizzazione” dei bambini stranieri è un altro tassello del progetto progressista di appiattire l’esistenza delle persone sulla modalità del potere statale. Fanno leva sul sentimentalismo perché non hanno il coraggio di discutere le basi filosofiche e antropologiche del loro progetto.

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1 Commenti

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