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“Ma come faccio a non sperare?” Tutto il bello dell’ultimo film di Checco Zalone

novembre 28, 2013 Pino Suriano

“No, io non vado a vedere Checco Zalone come fanno tutti. Troppa volgarità”  L’ho sentito dire a tanti, con l’orgoglio illuso di chi crede così di elevarsi dalla massa volgare. E sembra quasi che sia necessario essere idioti, sufficientemente ignoranti o superficiali – pensano i nostri eminenti “Uomini di cultura” – per cedere a questo tipo di comicità sbracata. Del resto i Nostri hanno sempre fatto simili ragionamenti, su per giù, anche per la politica.

E certo verrebbe voglia di tirarli per le orecchie e portarceli di forza, al cinema. Per mostrare di che si tratta a loro che etichettano come banalità tutto ciò che non capiscono, nel migliore dei casi, o che non guardano neppure, nel peggiore. Quelli che banalizzano tutto ciò che piace proprio perché piace, anziché, come ha fatto Davide Rondoni su Avvenire, provare a chiedersi il perché.

Ebbene, cosa c’è di banale  (il comico, e persino il volgare, non coincidono certo con il banale, che è peggio) nell’immagine di un padre che prende in mano la pagella perfetta di suo figlio, strappa il microfono al corrispondente della solita “trasmissione deprimente” sulla crisi (di santoriana memoria) per dire in diretta una frase di questo tipo: “Ma con questa pagella… come faccio a non sperare?”. Ecco, come si fa a non sperare? Come si fa, nel pieno della crisi (il film racconta proprio questo, per chi non lo avesse visto) a non puntare su quel poco di buono che esiste nella vita di ciascuno? Come si fa a non scommettere sulla scia di promessa che le poche cose belle e vere (un figlio, una moglie o un marito, il bene dei propri cari, gli amici) rappresentano per ciascuno? Il protagonista del film, a suo modo (e cioè in modo comico) prova a fare proprio questo. Il film, insomma, è impastato proprio con la materia più incandescente: la speranza… a tratti irrazionale, ingenua, giocosa, ma in fondo gioiosa.

Sole a catinelle è la storia di un padre (prima uomo di successo nel lavoro, poi fallito per la crisi: forse un richiamo ironico a La ricerca della felicità di Gabriele Muccino?) che si lancia nella sfida della vita e del lavoro senza paraurti, che non usa, anzi irride, il manuale del politically correct (e forse ci piace proprio perché è come noi) e che alla fine, nella sua generosità ingenua – quella di chi non  ha il problema di sentirsi buono o di apparire tale – riesce a farsi amare da suo figlio e dagli altri. E così sfida, sempre “ingenuamente”, protagonisti e dogmi culturali del tempo. Come il sindacato o la psicologia, entrambi ritratti nella loro ossessiva quanto talvolta inutile, e per questo comica, tentazione di risolvere i problemi, o crearli dove non ci sono, con schemi ideologici che nulla hanno a che fare con la realtà.

E così, alla fine, il dissidio tra padrona della ditta e le lavoratrici in sciopero (tra di loro c’è la moglie di Checco) si risolve in una pacificazione festosa senza che sia servita la lotta sindacale minacciata (e che Checco esprime comunque in un discorso “pseudomarxista” che diventa, a quel punto, comicamente fuori luogo). Allo stesso modo, sempre nel finale, osserva sconsolato e quasi compatisce la psicologa della scuola, che giudica suo figlio malato solo per i suoi racconti per lei “immaginari”, quando invece sono reali.

È’ geniale quando sbeffeggia l’immagine di una famiglia così particolare da fare, appunto, ridere: è quella del ricco imprenditore che presenta prima sua moglie, giovanissima, poi sua figlia, un po’ più anzianotta, prima che Checco, rivolgendosi alla nipotina, possa concludere: “Aspetta… questa è la nonna”. È appunto la risata, non una predica, a seppellire così una follia divenuta normalità e quasi modello. O ancora quando (nella scena del regista Ludovico) irride l’ossessione estetistica di tanta cultura teatrale e cinematografica del tempo, riuscendo a scherzare in modo lieve ma non banale (verrebbe quasi da dire serio) sull’eutanasia?

Magari a tratti è sguaiata, volgare, troppo “pop” per i palati fini, eppure ci regala, a suo modo, un po’ di verità. Non sarà dotta ma è bella, questa risata.

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10 Commenti

  1. H1ugo scrive:

    Grande Checco e grande Pino… bella recensione! 😀

  2. Jack scrive:

    Cado dalle nubi del 2009 l’avrò visto almeno 15 volte ridendo sempre a crepapelle.
    Scene top: lui che canta al bar gay, lui che canta al raduno leghista, l’incontro con il pretino e l’incontro con gli emo..
    Che bella giornata, più film, divertentissimo, scena top: l’incontro e la cena con i terroristi islamici!
    Non ho ancora visto sole a catinelle, ma se come mi dicono ha la stessa impronta dei precedenti sarà strepitoso! Chi lo paragona ai cinepanettoni “tette scorregge e stesse battute da 30 anni” o è in malafede o non ha un minimo di senso critico oppure parla senza aver neanche visto..
    Così da ridere – solo a teatro – il monologo “la penultima cena” di altra faccia nota di Zelig, mitico Paolo Cevoli!!!

  3. Franco scrive:

    Ha ha ha troppo volgare Checco….solo perchè non é schierato a sinistra sennò sarebbe statoil loro eroe nazionale.
    Basti guardare quell’incapace di Rossi he he he hai voglia a finanziamento pubblico dai partiti preso da pseudofalliti da festa del’unità…..
    Checco i soldini li prende al botteghino, i sinistri si fanno pagare lautamente dai comuni.

  4. Franco scrive:

    Aggiungo che Checco certo é volgare, ma le trovate con cui la impasta, sono assolutamente geniali ….GENIALI.

    Grande Checco!

  5. Enrico scrive:

    Più volte nel film si capisce che Checco ha l’occasione di tradire la moglie.
    Ma alla fine non lo fa evidenziando così la banalità del tradimento e la novità della fedeltà

  6. Enrico scrive:

    Dicono che Checco è volgare? Chi lo dice, i fans della Littttizzzettto???

  7. Tobi scrive:

    si, ma perché un film così è presentato come adatto a tutti? Chi glielo spiega ad un bambino cosa è un rapporto orale? Ebbene si, io i film volgari non li vado a vedere. Forse si deve essere geni per arrivare a capire il messaggio del film, e magari io non sono un genio per arrivarci. Ma tante volte mi viene il sospetto che i film che sbancano al botteghino (specie quando è quello rigorosamente quello italiano, non estero) siano dei film che dietro hanno una forte macchina pubblicitaria, e fondamentalmente sono film che sbancano perché non c’è altro di meglio da vedere.

    • davide scrive:

      Certo che esiste la macchina pubblicitaria, per cosa non esiste? Cosa significa, che tutti i consumatori comprano ciò che viene detto loro? Non credo, se non altro per una questione di soldi. Zalone ha presentato in tv il suo film, ma se le battute non fossero piaciute al pubblico, ciò avrebbe allontanato gli spettatori dal cinema.
      Anche sul “non c’è niente da vedere” avrei da ridire. Oltre al cinema c’è la passaggiata, la palestra, insomma, ognuno si organizza la propria vita come vuole, senza dover essere obbligato a vedere qualcosa perchè lo fanno tutti, ad esempio non ho visto Avatar.
      Quanto alla volgarità non credo sia la cifra stilistica del film e non ricordo il dialogo in cui compare il “rapporto orale”. Credo inoltre sia più stupida e volgare la sequenza: “finta provocazione” e “finta indignazione”: pensiamo ad esempio ai baci sulla bocca tra Pippo Baudo e Fiorello, che al grido di “facce’ ride” riempiono i titoli dei giornali ed assicurano al festival di San Remo l’onore di spettacolo “più amato dagli italiani”:

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