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Lo sballo del sabato sera, il film di Muccino e la domanda delle domande: esiste la felicità?

novembre 5, 2014 Giovanni Fighera

La domanda inespressa

Che cosa cercano i giovani al sabato sera, quando passano da un locale all’altro, quando si «sballano» tra alcol, droga e musica assordante? Forse non saprebbero rispondere in maniera precisa, forse non saprebbero rispondere a questa domanda neanche quegli adulti che li censurano senza chiedersi che cosa stia al fondo di quel comportamento.

Qualche anno fa mi fu assegnata un’ora alternativa di religione in una classe che, quasi per intero, aveva chiesto l’esonero. Alla prima ora di lezione provai a giocarmi le mie chance domandando ai ragazzi quali fossero le loro aspettative sulla vita, i desideri più profondi nelle loro giornate. Le risposte furono le solite: laurea, carriera, lavoro, ragazza… Allora li provocai chiedendo: «Scusate, ma non è più bello desiderare di essere felice, bramare la felicità sempre e ovunque, rispettando tutta l’ampiezza del nostro desiderio?». Gli studenti mi chiesero allora di approfondire. Per tutto l’anno abbiamo lavorato con la letteratura e con il cinema per parlare del desiderio più urgente nell’animo umano.

Quando mi capita  di chiedere agli studenti: «Perché ci si alza al mattino? Qual è la cosa per voi più importante della vita? Qual è la cosa che desiderate di più, il fuoco che arde quando vi muovete nelle vostre tante attività?», raramente mi accade di sentir nominare la parola «felicità». È un termine censurato, innominabile, a cui si rinuncia. I giovani, a diciotto anni, non possono già aver rinunciato alla ricerca della felicità. Spesso, però, i loro discorsi rivelano come la domanda sia già stata rimpiazzata da risposte recuperate dal mondo degli adulti, in cui raramente si discute della felicità. Anzi, spesso sono gli stessi adulti che mettono subito a tacere le domande dei figli, come se fossero inopportune e adolescenziali.

Che cosa può bastare all’animo umano? Il cuore dell’uomo è nato per la felicità, piena e infinita, non ridotta a formule. Ecco perché, non appena qualcuno ha il coraggio di rimetterla a tema, l’attenzione di molti sobbalza e rimane in ascolto.

Nel 2006 il film La ricerca della felicità di Gabriele Muccino ha sbancato i botteghini. Il protagonista, interpretato magnificamente da Will Smith, versa in una brutta situazione economica e viene per questo abbandonato dalla moglie. Deve, così, crescere il figlio da solo e cerca un lavoro che gli permetta di vivere in una situazione più agiata. In una scena ripensa alla Dichiarazione di indipendenza di Thomas Jefferson, laddove si citano il diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Allora ripensa così tra sé e sé: «Come faceva a sapere che la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che forse non riusciamo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo. Come faceva a saperlo?». Si chiede come mai la parola «felicità» venga citata un paio di volte in un documento simile. Un giorno, il protagonista rimane colpito dai volti sereni e felici di alcuni brokers e decide anche lui di svolgere quella attività. Viene scelto per uno stage al termine del quale solo uno stagista su venti verrà assunto. Ma lui è certo di farcela.

Il film esalta la volontà e lo sforzo umani, l’uomo che non si arrende e che ottiene ciò che desidera. «Se vuoi una cosa, vai e inseguila» dice il padre al figlio. «Non permettere a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa!». L’ultimo capitolo del film viene intitolato «Felicità»: il padre ottiene quanto ha perseguito con tutte le sue forze, viene premiato per i suoi sforzi ed è assunto. Per quanto sia positivo che il film esalti sentimenti come quello paterno e l’inesauribile desiderio di compimento dell’uomo, l’accento è posto in maniera esagerata sugli sforzi umani, sulla volontà, sull’eroismo del self-made man, sul raggiungimento dei propri obiettivi, sull’idea che «volere è potere».

Manca senz’altro qualcosa. Altrimenti la questione della felicità riguarderebbe pochi ed escluderebbe i più. Pensate, infatti, al protagonista del film: ce l’ha fatta, con una forte volontà e giocando le sue armi, il fascino, la simpatia, una certa affabilità e scioltezza nei modi. Armi non da poco. In ogni caso, poi – questa è la questione essenziale – qualsiasi abilità umana rivela la propria insufficienza a rendere felice l’uomo. Nessuno si può dare la felicità da sé.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in fondo al nostro animo e provare a chiederci: «Che cosa può davvero soddisfare l’animo umano?». Chiediamocelo ogni giorno e guardiamo l’altro come una persona che chiede e domanda felicità, anche quando non ne è pienamente cosciente. Anche quei giovani che spesso si «sballano» rappresentano questa domanda insopprimibile.

Si può sostenere la speranza di felicità propria e altrui solo quando nella vita si è incontrato qualcosa che è in grado di ridestare la domanda perché si è palesato come risposta. Per questo è un segno allarmante dei nostri tempi il fatto che gli adulti abbiano spesso paura delle domande di pienezza e dei sogni dei giovani. Allo stesso modo è, però, motivo di grande speranza l’incontro con uomini che siano felici. Abbiamo bisogno di uomini assetati di felicità.

Durante un incontro in una scuola sul tema della felicità, un ragazzo intervenne portando la sua esperienza, manifestando la propria delusione per le risposte che la società propone, inadeguate alla sua ricerca di qualcosa di più grande. Un docente, quasi a voler tacitare l’inquietudine del ragazzo, replicò scusandosi e dicendo che già da mesi il corpo insegnanti aveva cercato di fargli capire che quel malessere è tipico dell’adolescenza, di quegli anni in cui non si è ancora capito bene la propria identità, ma che, poi, con gli anni scompare. Non c’è nulla di più grave che soffocare la domanda di senso che alberga nel cuore di un ragazzo etichettandola come una paranoia adolescenziale.

Una volta, una ragazza mi confidò, dopo aver tentato il suicidio, di non credere all’amore vero, dato che siamo solo materia e che non vivremo per l’eternità. La cultura massmediatica contemporanea veicola in tutti i modi il messaggio che non esiste una verità, non c’è un amore vero o un ideale per cui vivere.

Da dove ripartire allora? Passai parte del pomeriggio con quella studentessa, raccontandole la mia esperienza. Le chiesi: «Ma tu desideri un’amicizia vera, un amore vero, un’esperienza bella?». Mi rispose: «Certo che lo desidero». Allora, dopo la chiacchierata, la invitai a studiare con altre compagne e a partecipare alla festa che la sera si sarebbe tenuta a scuola. La ragazza si era imbattuta in persone e in un luogo dove le sue esigenze e i suoi bisogni venivano presi sul serio. Il nostro desiderio si deve tradurre nella domanda di incontrare «luoghi» di un’umanità più affascinante e viva, in cui il nostro io possa riscoprirsi e rinascere. Se il cuore è sgombro da incrostazioni, se lo sguardo è attento, allora la realtà ci sorprenderà.

Esiste la felicità?

Potremmo affermare che il mondo degli adulti sembra essersi scordato di questa domanda, sostituendola con altre risposte: ricchezza, carriera, donne. La felicità viene spesso ridotta a un problema fisiologico o chimico o psicologico e a molti sembra che esistano delle ricette per ottenerla. Felicità in pillole, dunque: come se esistessero delle componenti chimiche che possano davvero rispondere alle nostre aspirazioni più profonde.

Una sera in una trasmissione televisiva dedicata allo scudetto appena vinto dall’Inter furono invitati ospiti importanti del mondo del calcio. Uno di questi era un noto redattore di una testata sportiva. Gli fu posta la domanda su come avesse iniziato l’articolo di fondo del quotidiano sulla vittoria nerazzurra. Rispose: «Credo di aver usato la parola felicità, una parola che un adulto utilizza sempre con molto pudore, ma è come se fossi tornato bambino e allora la pronuncio». Con quale tristezza ho sentito pronunciare questa parola, come se fosse una bella favola da raccontare ai bambini, ma quasi innominabile da un adulto.

Qualche mese più tardi, invitato dal Comune dei giovani di Bassano del Grappa, incontrai un gruppo di ragazzi che avevano lavorato per un anno sul tema «Io cerco la felicità». Nelle settimane prima dell’incontro mi arrivarono tantissime domande che sarebbero state lo spunto per l’incontro. Ecco qualche esempi.

Molti ragazzi cercano la felicità nello sballo o nell’alcol, ma in realtà dove possiamo trovare la felicità? Ho sperimentato la felicità nella mia vita quando ho amato e sono stata amata. Se non riceverò più amore nella mia vita, sarò condannata all’infelicità? La felicità è raggiungibile al di là della fede cristiana? Ha senso cercare la felicità? Come faccio a capirlo? Quali sono i mezzi o i modi per diffondere la felicità? Come devo essere per essere felice? Perché la felicità si deve cercare sempre? La compagnia mi aiuta a essere felice, ma alle volte ho la tentazione di abbandonarla e di cercare altro; ma che cosa cerco? Cosa devo fare? Come posso accorgermi se sto percorrendo il sentiero giusto per la felicità? Perché l’essere umano ricerca da sempre la felicità come realizzazione di sé stesso? Noi non dovremmo essere felici dalla nascita? Perché dobbiamo faticare per ottenere la felicità? Se siamo tutti esseri umani allo stesso modo, perché le strade verso la felicità sono così differenti? E sono davvero così differenti? Si può conservare la felicità? Alle volte ho l’impressione di aver raggiunto la massima felicità, ma poi tutto svanisce. Questa è davvero felicità?

Quest’ultima domanda assomiglia molto a quella che un personaggio del romanzo di I. Turgenev Padri e figli, Odincova, pone all’amico Bazarov:

Perché anche quando godiamo, per esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi.

Alcune risposte dei giovani

«La felicità consiste nell’avere una famiglia presente, partecipe, nell’essere circondato da persone speciali, che ti vogliono bene, disposte a consolarti, ad aiutarti, a sostenerti. Per un quattordicenne la felicità sta nelle piccole cose, in un abbraccio, in un sorriso, in uno sguardo. Io credo che ovunque, anche nelle situazioni più complicate, sia possibile trovare un po’ di felicità».

«La felicità non si compra purtroppo. Non è facile da ragazzi trovare la felicità, forse perché non si sa ancora di preciso che cosa sia; mi chiedo perché alcuni riescano a divertirsi e a essere felici senza drogarsi, bere e sballarsi, mentre altri abbiano bisogno di questi mezzi».

«Io credo che la felicità sia nel realizzare i propri sogni; in questo momento non sono molto contento della mia vita e credo che la felicità arriverà molto tardi, perché non riesco a realizzare i miei desideri».

«La felicità è essere contenti dell’io, essere apprezzati dagli altri, divertirsi con gli amici, avere tutto quello che può offrirci la vita. Ma si può non essere felici?».

In maniera analoga Leopardi chiese all’amico Jacopssen in una splendida lettera: «Se la felicità non esiste che cos’è dunque la vita?». Può esistere un’esistenza umana senza felicità, può esistere un uomo che non desideri la felicità?

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1 Commenti

  1. Avandero scrive:

    Non è possibile inseguire la felicità : essa è uno stato nel quale ci si ritrova all’improvviso, quando siamo in condizioni di Grazia.

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