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Lo ius soli non è un bene comune né un male necessario. Urge referendum

settembre 5, 2017 Alessandro Giuli

ius soli ansa

Pubblichiamo la rubrica delle “lettere al direttore” contenuta in Tempi n. 35 (vai alla pagina degli abbonamenti). Per scrivere ad Alessandro Giuli: direttore.giuli@tempi.it

Contrabbandare per esigenza di civiltà l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico dello ius soli significa a mio avviso utilizzare criteri ideologici e non dare soluzione a reali bisogni, e mi infastidisce l’idea che ci si appropri indebitamente del pensiero del Papa, che ritengo debba essere letto per ciò che dice e non interpretato, trasformandolo in uno sponsor di logiche di schieramento. Premesso che il Papa ha posto l’accento sull’esigenza di assicurare ai neonati, fin dalla nascita, la certificazione della propria nazionalità, non è lo ius soli il parametro esclusivo di riferimento per conseguire l’obiettivo auspicato. Sono inoltre dell’idea che debba essere analizzato attentamente il quadro normativo vigente, prima di introdurre per via legislativa correttivi inutili, come ha fatto notare anche nel corso del Meeting di Rimini l’autorevole demografo Gian Carlo Blangiardo, secondo il quale le statistiche rilevano che l’Italia è, ad esempio, in costanza del diritto vigente, dopo la Francia, il paese europeo che attribuisce il maggior numero di cittadinanze. Va precisato che non è vero in assoluto che si debba attendere il compimento della maggiore età da parte degli aventi diritto per poter aspirare ad ottenere la cittadinanza, poiché se un padre di famiglia la ottiene, automaticamente si estende alla prole minorenne, e va inoltre valutato l’effetto collaterale deleterio di attentati alla coesione familiare, che si potrebbero determinare riconoscendo “ipso iure” ad un nato in Italia da padre straniero la nostra cittadinanza, avendo fratelli di cittadinanza diversa. La materia è certamente complessa e priva di verità assolute, ma il modo peggiore di affrontarla è il pressapochismo demagogico di chi lo vorrebbe imporre come obiettivo da raggiungere nella fase finale della legislatura e farne materia di campagna elettorale.
[Daniele Bagnai Firenze]

I nostri nipoti e pronipoti, quelli nati e sopra tutto quelli nascituri, ci stanno osservando (dalle loro rispettive stelle?): vogliono proprio vedere in quali condizioni lasceremo loro il nostro, anzi il loro mondo, l’Italia che verrà. A quanto pare il ceto politico di governo che ci è toccato in sorte sta facendo del proprio meglio per incassare a breve termine il dividendo elettorale dello ius soli, senza curarsi delle conseguenze di media e lunga durata. Non lo ripeteremo mai abbastanza: non si possono cambiare le regole fondamentali della nostra comunità, quelle che ne definiscono i criteri di appartenenza e di cittadinanza, senza consultare il proprio popolo; e, peggio ancora, con il risicato voto parlamentare di una maggioranza innaturale in uno scampolo finale di legislatura. Capolavoro di demenzialità? Io dico che l’Italia si difende da sola e alla fine non se ne farà nulla.

Gentile direttore, ho appena letto l’articolo di Domenico Quirico pubblicato sulla Stampa il 12 agosto. La situazione dei “centri per l’immigrazione clandestina” libici (brivido) certamente indigna, ma a distanza. Credo sarebbe più interessante rimettere in discussione l’assunto secondo il quale l’autodeterminazione dei popoli (in questo caso di quello libico) sia un fatto sempre positivo per i cosiddetti diritti dell’uomo. La Libia sta diventando l’ennesimo alibi per trattare l’Africa non come un luogo reale del mondo, ma come una sorta di non-luogo prossimo alla desertificazione totale. Chi non fuggirebbe da esso? Pertanto gli stronzi siamo noi che non apparteniamo al partito dell’accoglienza indiscriminata; non i libici che mercificano (e violano) corpi, non chi mette in pericolo la propria vita per venire in Europa “non per mangiare”, ma per “un avvenire”.
[Daniele Ensini via email]

Caro direttore, questo grande frullatore di idee apocalittiche, portando all’estremo ogni cosa, alla fine uccide la speranza e porta il senso dell’impotenza. Tutti siamo un po’ frullati, e penso che allontanandoci  dalla semplicità della fede, si raggiunga una crescente angoscia del futuro. L’angoscia della morte, che si vorrebbe allontanare dal nostro pensiero assolutamente. Un dato è certo ed inconfutabile: ognuno dovrà morire. Ma, per chi ha la fede, la morte è il passaggio alla risurrezione, promessa e anticipata da Gesù che, non a caso, ha promesso nuovi cieli e nuova terra. Questa argomentazione, conferma che il male distrugge se stesso, e alimenta in me un speranza certa per quando sarà.
[Giuseppe Reato via email]

Il nostro presente può ricordare l’èra del tardo impero romano, che non a caso gli storici più avveduti definiscono “un’epoca di angoscia”. Anche allora si pensò d’essere prossimi alla conclusione della vicenda umana. Sappiamo che andò diversamente. E dipende da noi anche stavolta. 

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