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Leopardi e l’unico atteggiamento davvero umano: Cristoforo Colombo

marzo 23, 2015 Giovanni Fighera

LeopardiIn Leopardi è sempre inesausta l’apertura verso la realtà e il Mistero ultimo. Pubblichiamo il nono capitolo del libro Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera. Il volume, già uscito nel 2008, è stato rieditato dalla casa editrice AresQui trovate la prefazione di monsignor Luigi Negri e alcuni capitoli.

Capitolo IX. L’unico atteggiamento davvero umano: Cristoforo Colombo

Dopo un’esamina particolareggiata della situazione esistenziale umana, così come ce la presenta Leopardi, potremmo essere presi da scoramento e chiederci allora che cosa si debba fare, che senso abbia tanto faticare, se non convenga porsi alla stregua del gregge leopardiano. Abbiamo visto che è lo stesso Leopardi ad affermare che non è umano concepire un atteggiamento di rinuncia, di resa contraddicendo la natura più vera dell’animo umano. L’unica posizione davvero dignitosa è quella di chi non smette di cercare, parte per il viaggio dell’esistenza, in maniera indefessa veleggia per il mare della vita con lo sguardo circospetto e attento a cogliere gli indizi.

Nella storia del pensiero il grande genio ha sempre colto questa necessità di rimanere spalancati di fronte al Mistero con un atteggiamento di ricerca del vero e del bello.

Ad esempio, nel Fedone, Platone fa affermare a Simmia a colloquio con Socrate, condannato a morte:

“Non setacciare le teorie su questi temi (l’aldilà, il Destino dell’uomo) parola per parola, e arrendersi prima che uno, solo dopo una ricognizione completa, non abbia più nulla da dire, sarebbe da uomo proprio senza spina dorsale. In tali frangenti bisogna percorrere fino in fondo una di queste strade: o farsi dar lezione sull’argomento; o risolvere da soli il problema; o se è impossibile far questo, afferrarsi alla teoria umana più affidabile, meno vulnerabile alle critiche, e salitici sopra, come su una scialuppa, arrischiarsi, guadare la vita, se non si può fare la traversata in modo meno pericoloso, più tranquillo, su un’imbarcazione più robusta, quale sarebbe una rivelazione divina”.

Nel Medioevo questo atteggiamento umano è documentato dal tema della queste, ovvero della ricerca, del viaggio orientato verso una meta, del pellegrinaggio presente in tanta produzione romanzesca e cavalleresca. Si pensi, a titolo di esempio, alla queste du Saint Graal, la ricerca del Santo Graal, che compie Perceval. Questi, un giorno, dopo tante avventure e vicissitudini, si imbatte in due pescatori che lo invitano alla casa del loro Signore. Giuntovi, il Cavaliere vede in una sala un re ammalato, trafitto al fianco. Vede, poi, passare per due volte una dama con una lancia insanguinata e un paggio che porta una coppa larga (che scoprirà essere il Santo Graal). Perceval è pieno di domanda, ma non chiede che cosa sia quella coppa. Scoprirà il giorno successivo che, se avesse chiesto, il regno del Re Pescatore sarebbe ritornato fecondo e il Re sarebbe guarito. Qui inizia la ricerca del Santo Graal. Mendicanza definisce l’atteggiamento corretto dell’uomo di fronte alla realtà, di fronte al Mistero delle cose, di fronte alla nostra incapacità di cogliere e capire il Mistero che ci fa e che ci viene incontro. Solo col tempo Perceval imparerà a domandare e, alla fine dell’opera, quando incontrerà dieci pellegrini di ritorno dal Santo eremita chiederà loro la strada per recarvisi anche lui. Ivi, confessatosi, scoprirà che l’uomo è “un peccatore che dipende da Dio”.

L’atteggiamento iniziale di Perceval è simile a quello che caratterizza il presuntuoso Dante che nel canto I dell’Inferno vorrebbe salire sul colle dilettoso illuminato (evidente simbolo della verità, della luce, della strada che conduce al bene) da solo, ma è ostacolato da quelle tre fiere che rappresentano tutto il suo male, i suoi limiti, la sua precarietà; quando sta sprofondando nella selva, quando sta toccando il fondo, di fronte alla propria incapacità di darsi una via di fuga da solo, grida (come quando uno si trovasse perso in un bosco e non gridasse all’inizio, perché convinto di farcela da solo, ma quando cala la sera,  resosi conto che lo aspetta una notte tetra e di incubi non onirici, si mette a gridare per vedere se ci sia qualcuno). Dante, quando gli “si fu offerto/ chi per lungo silenzio parea fioco”(Inferno I, 62-63), grida  con tutto l’impeto di salvezza che reclama il suo cuore:

“Miserere di me,” gridai  a lui,
qual che tu sii, od ombra od omo certo!”.
(Inferno I, 65-66) 

Sarà Virgilio ad introdurlo attraverso la porta dell’Inferno, dandogli la mano e con lieto volto.

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose”.
(Inferno III, 19-21)

La mendicanza è l’unico atteggiamento ragionevole dell’uomo che è conscio del proprio cuore (cioè della domanda di felicità che lo caratterizza) e della propria incapacità a darsi una risposta soddisfacente, a raggiungere la meta. Mendicanza è chiedere, domandare, ricercare con una passione inesausta per la meta e per il compimento del proprio destino.

È l’atteggiamento che Leopardi ci documenta nell’operetta morale “Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez” (a conferma che una posizione autenticamente umana si pone di fronte al Mistero della realtà con il medesimo atteggiamento di stupore e di domanda di senso).

L’operetta morale ha come protagonisti lo scopritore dell’America e un suo fido compagno, uno dei pochi che ancora credono in lui dopo che son passati tanti mesi di viaggio e la terra ancora non si vede. Il dialogo si apre con la considerazione che Colombo ha dell’altro: lo chiama amico. Siamo di notte e lo sguardo si spalanca a quel cielo stellato che sollecita nel cuore il desiderio, che il desiderio si avveri, cioè che il compimento scenda  e venga donato dalle stelle. Colombo chiede per l’appunto all’amico se sia anche lui stanco di navigare, domanda che ha quasi il sapore evangelico della domanda di Gesù che chiede ai suoi discepoli, dopo che tanti lo hanno abbandonato, se vogliano andarsene anche loro. È una dichiarazione d’affetto, di attaccamento quella che il Maestro chiedeva ai suoi discepoli, così come Colombo si pone come maestro nei confronti del compagno di viaggio. Acuto e attento, Gutierrez coglie la provocazione ed è l’occasione per professare la sua fedeltà.

“Tieni per certo che qualunque deliberazione tu sia per fare intorno a questo viaggio, sempre ti seconderò, come per l’addietro, con ogni mio potere”.

La fedeltà di Gutierrez non è, però, cieca, riposta inconsideratamente, ma ragionevole, mira a capire le ragioni, a cogliere le motivazioni adeguate per assumere su di sé una responsabilità, un compito, un lavoro, per concepire la vita come viaggio in cui la fatica sarà ricompensata. Così, l’intraprendente uomo di mare chiede a colui che sta seguendo come sua guida, dux, (come Dante segue Virgilio):

Hai così per sicuro come a principio, di avere a trovar paese in questa parte del mondo”?

A questo punto il dialogo si tramuta in una sorta di monologo in cui Colombo adduce le ragioni per cui valga la pena partire. La congettura di Colombo ha fondamenti  solidi, tanto che gli “parrebbe da un canto che non si potesse aver fede a nessun giudizio umano, eccetto che esso non consista del tutto in cose che si veggano presentemente e si tocchino”. La navigazione, inoltre, tiene lontani dal tedio, rende cara la vita, farebbe conseguire la gloria nel caso in cui l’obiettivo fosse raggiunto. A questo punto il discorso di Colombo si concentra sulle due parole chiave, “segni” e “indizi”, che rendono il viaggio ragionevole. La congettura di Colombo è fondata su “argomenti probabilissimi, non solo a giudizio” suo, “ma di molti geografi, astronomi e navigatori eccellenti…”. Queste opinioni sono confortate e corroborate  da tanti segni che fanno sospettare che l’arrivo nella terra sia ormai prossimo: lo scandaglio che da alcuni giorni tocca il fondo, l’aria più tiepida, una canna che è a galla sul mare, un ramoscello d’albero con bacche rosse, …

Così, Colombo può confessare all’amico:

“In somma tutti questi segni raccolti insieme, per  molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona”.

È, quindi, ragionevole partire, viaggiare perché nella realtà i segni di una positività sono molti, sono disseminati e ci provocano, chiamano avanti, spronano a viaggiare.

“Voglia Dio questa volta, ch’ella si verifichi” conclude Gutierrez con un sospiro pieno di speranza e di attesa.

Questo atteggiamento di slancio e di inesausta apertura verso la realtà e il Mistero ultimo, quell’orizzonte del mare che è il destino d’ogni uomo, è l’unico atteggiamento davvero umano, l’unico che non ci renda vili e codardi nella vita, un atteggiamento di sfida che prelude a un compimento, una domanda che presuppone una risposta. Domandare è l’unica posizione degna, perché non c’è risposta ad una domanda che non si pone.

Già un anno prima (nel 1823) Leopardi aveva avuto l’intuizione geniale della sua vita: occorre che il bello sia incontrabile, che si faccia carne.

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