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Le catacombe di san Gennaro. Luce nella città dei morti

agosto 4, 2015 Marina Corradi

catacombe-san-gennaro-flickr

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Napoli. A Capodimonte il sole di luglio acceca. A terra si proietta verticale l’ombra, nera e tagliente, delle cose. Sotto alla basilica dell’Incoronata scendono delle scale. Ti aprono un portone di ferro, e ti si spalanca davanti un atrio buio, molto grande, fresco come soltanto dove la luce non entra mai. Gli ambulacri che si dipartono davanti a te sono oscuri e profondi, come portassero a un altrove senza fine.

Catacombe di san Gennaro, II secolo dopo Cristo, rimaste qui, intatte, nei millenni, nel tufo in cui sono state scavate. Migliaia di tombe cristiane, una città dei morti che ti ammutolisce nella sua ombra millenaria; qui e là sui muri le piccole nicchie dove ardevano le candele che rischiaravano le tenebre. Il primo a essere sepolto nel luogo di una tomba patrizia romana fu sant’Agrippino, poi, attorno al V secolo, vi furono portati i resti del vescovo Gennaro, canonizzato molti secoli dopo, ma “santo subito”, per i suoi. Da quel momento le catacombe divennero luogo di pellegrinaggio, e migliaia di cubicoli furono scavati per accogliere i cristiani defunti, fino a fare di questo luogo una necropoli ipogea, nel buio. Nell’VIII secolo, ai tempi della eresia iconoclasta, il vescovo Paolo II per sfuggire alla persecuzione si rifugiò qui sotto: un battistero in pietra testimonia che qui si battezzava.

E ora, il rombo degli aerei che atterrano a Capodichino riempie questo labirinto, e ne profana il silenzio. Ma, pensi camminando adagio, cercando di non far rumore, in quanti avete voluto dormire quaggiù, vicini a un santo, fino a quando il suo corpo, venerato, conteso, non fu trafugato da qui. È questa cosa dunque, un santo? Uno attorno al quale anche nella morte gli uomini si affollano, vicini, come bambini nel buio – perché accanto a lui fa meno paura, quell’ignoto sentiero.

È questa cosa, un santo? Uno che vince il tempo, e dopo millesettecento anni è ancora amato, ricordato, invocato, ogni giorno, nella sua città. Su quella che fu la sua tomba – ora ciò che resta di lui riposa in Duomo – resta un bastone da vescovo, appoggiato sulla pietra, come da qualcuno che debba tornare. È questa cosa dunque un santo – luce dentro le tenebre, fiamma, sulla soglia del buio.

Si esce nel cortile dell’antico ospedale San Gennaro, un tempo ostello benedettino, dentro al Rione Sanità. Che luce, a mezzogiorno, a Napoli: dopo l’oscurità, faticano gli occhi a sopportarla. Eppure ti resta in mente il pensiero delle candele che debolmente un tempo rischiaravano la città dei morti. Una sola luce, nel fondo delle tenebre, è perfino più forte dello sfolgorare del sole di luglio al Sud. Per secoli i cristiani di Napoli hanno cercato in questa oscurità un’altra, più fedele luce. Restano sulle pareti sbiaditi, remoti disegni: uccelli, che simboleggiano le anime dei morti. E la croce monogrammatica – nel nome di Cristo e di Pietro, il segno della Resurrezione.

Foto Flickr


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