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Le belle speranze di John Keats vivono ancora tra le pagine invecchiate dei libri della sua casa di Roma

settembre 18, 2013 Mariapia Bruno

Profumo di libri antichi, soffitto a cassettoni, scrivanie, vecchie poltrone. Se non fosse per l’affannata modernità che si vede dalle finestre di un antico palazzo con vista sulla scalinata che da Piazza di Spagna porta a Trinità dei Monti, in quella che oggi è la casa museo Keats-Shelley ci si aspetterebbe quasi di incontrare, in tutta la loro letteraria eleganza, i poeti del romanticismo inglese che intorno agli anni venti dell’Ottocento vi abitarono, ospitando i loro amici e condividendo con loro le impressioni di una città già allora difficile da abitare e comprendere. Bello, giovane e profondo, ma di meno “belle speranze”, John Keats ispirava l’aria di una città frenetica ed espirava odi piene di sentimenti e desiderio di infinito, profumate dall’odore intenso di una natura che conservava nel cuore, e scaldate da ricordi e nostalgie del tempo trascorso con amici che forse non avrebbe rivisto mai più.

E mentre la frenesia del centro, le chiacchiere innaffiate di sigari e punch dei suoi amici letterati, non diverse da quelle arie filosofiche respirate nella sua città natale (Londra) trascinavano la sua fisica presenza in una mondanità insopportabile e invadente, Keats invidiava la felicità di chi poteva allontanarsi da questo mondo imperfetto, come l’Usignolo protagonista della sua famosissima Ode a un Usignolo, che <<troppo felice nella sua felicità>> canta a gola spiegata senza pensare a nulla. Lui invece non vorrebbe fare altro che dissolversi, scomparire, dimenticando la stanchezza, l’ansia e i turbamenti che hanno imbrunito la sua giovinezza, stroncata a soli 25 anni dalla tubercolosi. E mentre l’usignolo ha il dono di non poter comprendere gli affanni terreni e quindi di godere di una apparente e ignorante immortalità, il poeta, quasi consapevole che la fine lo avrebbe colto troppo presto, descrive in modo tutto romantico la sua tendenza a corteggiare la morte, ad accarezzare l’idea della fine. Ma una speranza trapela dalle sue parole, quella che ci sia qualcuno, là fuori, che lo scopra e lo aspetti, per volare, infine, via insieme.

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