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L’arte della “Trasfigurazione”

febbraio 11, 2011 Mariapia Bruno

«Se voglio essere me stesso devo cercare uno uguale a me dentro di me». Con queste parole, che riassumono la filosofia di Emilio Cavallini, prende il via dal prossimo 16 febbraio l’originale istallazione, dal titolo “Trasfigurazione”, che la Triennale di Milano dedica al contemporaneo artista italiano. Tanto lo studio della matematica e dell’architettura quanto l’esperienza personale dell’artista influiscono nella definizione di questa inedita installazione che, come spiega lo stesso Cavallini, viene «creata utilizzando il Modulor, la scala di proporzioni basate sulla misura dell’uomo inventate da Le Courbusier, ricavata dalla lunga tradizione di Vitruvio. Una stanza immaginaria – 4 metri per 4, montata su una struttura in plexiglass alta 2 metri e 39 centimetri – il cui spazio frazionato da kilometri di filo matematicamente distanziati, lascia all’interno spazio al proprio corpo per muoversi come l’uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci».

 

Cavallini costruisce appositamente per gli spazi espositivi della sede milanese un sorta di cubo reticolato, metafora di un percorso esistenziale che coinvolge in prima persona il visitatore che si trova al suo interno. Questo oggetto potrà essere inoltre gustato nel suo divenire, poiché verrà portato a compimento solo durante il periodo ufficiale di apertura. Non vi sono molti colori, a dominare i toni che danno sul grigio. E’ lo stesso artista a sottolineare il senso di questa sua scelta: «L’assenza del colore rappresentato da diverse tonalità di grigio, mostra l’oggetto che si vede ma non si raffigura, si può solo cogliere per intuizione, in una forma diafana. Si realizza così l’oggetto, che rappresenta l’arte che si fa uomo, l’uomo che si rappresenta come arte; l’oggetto stesso diventa l’immagine unica e imprescindibile del suo esistere come persona». La retrospettiva, che rimarrà aperta fino al 27 febbraio 2011, ricostruisce dunque il percorso creativo di Cavallini, iniziato nel 1980, proponendo una performance che permette al pubblico di comprendere il modo in cui l’arte si trasforma facilmente in qualcosa «a misura d’uomo».

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